19 agosto 2019

Il Secondo Manifesto sui diritti delle Donne con Disabilità in CAA

Immagine: illustrazione con varie immagini che descrivono il titolo del manifestoRagazze con Disabilità nell’Unione Europea tradotto con i simboli della comunicazione aumentativa alternativa (CAA)

Dopo la traduzione in lingua italiana, e la versione facile da leggere, arriva ora la versione in comunicazione aumentativa alternativa (CAA) del “Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea”. La rivendicazione ed il godimento dei diritti passa anche attraverso l’accessibilità dell’informazione.

L’approccio assistenziale guarda alle persone con disabilità come destinatarie di interventi. Una visione più moderna le guarda come soggetti che devono essere messi in condizione di autodeterminarsi. Non è, ovviamente, solo una questione di parole, ma di fornire strumenti che mettano la persona con disabilità in condizione di compiere liberamente tutte le scelte che riguardano la sua vita. È un progetto ambizioso, a volte anche faticoso, ma è l’unica via per la libertà. Tra i tanti strumenti che possiamo utilizzare per realizzare questo progetto, l’accesso all’informazione ha un’importanza strategica. Posto poi che tutta l’informazione dovrebbe essere accessibile, ma che non è possibile tradurre tutto simultaneamente, sarebbe importante iniziare col rendere accessibili almeno i documenti che parlano i diritti. Proprio a partire da queste considerazioni, dopo aver prodotto la traduzione in lingua italiana, e la versione facile da leggere (qui la presentazione), abbiamo deciso di realizzare la versione in comunicazione aumentativa alternativa (CAA) del “Secondo Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell’Unione Europea” (quello adottato nel 2011 dall’Assemblea Generale del Forum Europeo sulla Disabilità – EDF)

«I documenti relativi alle donne ed alle ragazze con disabilità ed ai loro diritti devono essere comprensibili e disponibili nelle lingue locali, nella lingua dei segni, in Braille, in formati di comunicazione aumentativa e alternativa, e in tutti gli altri modi, mezzi e formati di comunicazione accessibili, compresi quelli elettronici»: lo stabilisce (al punto 3.13.) proprio il Secondo Manifesto. A parte la declinazione al femminile, sulla quale torneremo più avanti, niente di originale, a dire il vero, giacché il Secondo Manifesto è stato sviluppato nel solco della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (del 2006, ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009), e questa conteneva già al suo interno specifiche indicazioni in tema di libertà di espressione e opinione e accesso all’informazione (articoli 2, 9, 21 e 24). In particolare, l’articolo 21 della stessa, esordisce così: «Gli Stati Parti adottano tutte le misure adeguate a garantire che le persone con disabilità possano esercitare il diritto alla libertà di espressione e di opinione, ivi compresa la libertà di richiedere, ricevere e comunicare informazioni e idee su base di uguaglianza con gli altri e attraverso ogni mezzo di comunicazione di loro scelta […]». Lo stesso articolo individua alcuni compiti specifici che gli Stati che hanno ratificato la Convenzione sono chiamati a svolgere, e tra questi – alla lettera (b) – figura anche: «accettare e facilitare nelle attività ufficiali il ricorso da parte delle persone con disabilità, alla lingua dei segni, al Braille, alle comunicazioni aumentative ed alternative e ad ogni altro mezzo, modalità e sistema accessibile di comunicazione di loro scelta».

Dunque non si scappa, l’informazione deve essere fornita «in formati accessibili e comprensibili, tenendo presenti le diverse modalità di comunicazione, i mezzi ed i formati scelti dalle donne e dalle ragazze con disabilità», rimarca il punto 1.2. del Secondo Manifesto. Ricorre il tema dell’accessibilità e quello della libertà di scelta in tema di comunicazione; ricorre la declinazione al femminile. È, quest’ultima, una sottolineatura necessaria? Lo è, perché le donne con disabilità sono solitamente meno informate sui propri diritti (ma anche sui servizi loro rivolti) rispetto agli uomini con disabilità, e manca in Italia una riflessione articolata sulla disabilità al femminile.

Ma, di preciso, cosa è la CAA e a cosa serve? Stefania Costantini, educatrice socio-pedagogica e curatrice (assieme a chi scrive) della versione del Secondo Manifesto in CAA, lo spiega così: «la CAA è un insieme di strategie, interventi e tecniche che servono a supportare tutti coloro che hanno bisogni comunicativi complessi sia in relazione al linguaggio ricettivo che a quello espressivo. La CAA è composta da molti strumenti differenti: di solito utilizza un sistema di scrittura in simboli (concetti con la parola scritta sopra). Lo scopo della CAA è quello di costruire competenze comunicative sia nella persona con bisogni comunicativi complessi che nelle persone del suo ambiente di vita: oltre alla possibilità di esprimere un bisogno primario, la CAA mette il soggetto nelle condizioni di poter esprimere una scelta, una preferenza, di dare voce ai propri pensieri e desideri; consente di autodeterminarsi e di agire sull’ambiente

La realizzazione del Secondo Manifesto in CAA ha assunto come base la versione in lingua italiana del Secondo Manifesto approvata dal Forum Europeo sulla Disabilità, e pubblicata nel 2017. La trasposizione in CAA ha richiesto un lavoro di semplificazione e sintesi. Tale lavoro è stato svolto cercando di mantenere inalterato il senso complessivo e lo spirito del documento originale. Ulteriori scelte metodologiche hanno riguardato l’individuazione del sistema di simboli da utilizzare. Abbiamo valutato l’opportunità di utilizzare i simboli ARASAAC, un sistema Open Source di proprietà della “Diputación General de Aragón” sotto licenza Creative Common, disponibile anche in lingua italiana. Questo sistema di simboli ha il pregio di essere l’unico liberamente utilizzabile da chiunque, ma ha il difetto di non avere simboli sufficientemente specifici da tradurre in modo adeguato un documento complesso come il Secondo Manifesto. Per questa ragione abbiamo scelto di utilizzare i simboli Widgit (Widgit Symbols © Widgit Software 2002-2019). Attraverso la nostra licenza il documento è visibile ma non scaricabile dal sito del centro Informare un’h. Il centro però può fornire a singoli utenti il testo in questione vincolando gli stessi a non estrapolare, né utilizzare in altri contesti, i simboli impiegati per realizzarlo. Non è la soluzione ottimale. Avremmo preferito un testo libero da vincoli, ma l’alternativa era produrre una traduzione impoverita nei contenuti, e questo limite ci è sembrato più penalizzante per i/le nostri/e utenti di quello di doverci accontentare una distribuzione mirata. Tutto questo ci fa capire quanto ancora ci sia da lavorare perché anche alle persone con disabilità la libertà di espressione e opinione e l’accesso all’informazione siano garantiti su base di uguaglianza con le altre persone. Completata la trasposizione del testo, prima di essere licenziata, essa è stata sottoposta a verifica da parte di da parte di due giovani donne con disabilità che utilizzano la CAA per comunicare. Ringraziamo queste donne per il loro prezioso aiuto.

Il presupposto su cui si basa il Secondo Manifesto è che l’essere donne e contemporaneamente disabili esponga le donne con disabilità al duplice svantaggio – discriminazione multipla – di avere meno opportunità in quanto donne, e di dover far fronte alle barriere che precludono o limitano il godimento dei diritti e la partecipazione sociale in quanto persone con disabilità. Disporre di un testo scritto da donne con disabilità che approfondisce questi temi non cancella la discriminazione multipla, ma può rendere le donne con disabilità più consapevoli, più esigenti e più determinate nel rivendicare i propri diritti. Per questo abbiamo ritenuto importante che anche chi comunica attraverso la CAA fosse messo/a i condizione di fruirne.

Fonte: di Simona Lancioni, responsabile del centro Informare un’h di Peccioli (Pisa)

 

 

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