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Ne parliamo con Gianluca Cristoforetti

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Ne parliamo con Gianluca Cristoforetti

Una intervista con Gianluca Cristoforetti, architetto e progettista, sull'economia della collaborazione e della condivisione e sul percorso #CollaboraToscana.

 

 

 

 

 

 

Quali sono gli sviluppi più promettenti che si sono aperti con lo sviluppo dell’economia della condivisione e della collaborazione?

In prima battuta, bisogna rilevare che l’economia della condivisione è qualcosa che oggi troviamo in forme diverse a livelli diversi, mentre l’economia della collaborazione si individua meno facilmente. Mentre sono visibili e conosciuti modelli di condivisione che tendono a consolidarsi attorno ad alcuni beni economici non saturi, sia a livello macro (si veda ad esempio il caso di Uber) che a livello atomico e territoriale (si vedano le esperienze di condivisione di spazi, dell’abitare, di servizi connessi all’energia), è più complesso citare esempi di economia della collaborazione, poiché questa presuppone che una comunità di utenti riesca a trasformarsi in una comunità di azione, con un intento condiviso e la capacità di trasformare l’intento in azione.

Bisogna poi distinguere tra gli strumenti di gestione della disintermediazione, cioè tra le piattaforme abilitanti necessarie per queste pratiche. I sistemi condivisi e collaborativi sono infatti disintermediati, ma la gestione di questa rete di utenti richiede di fatto la presenza di gestori della condivisione per la sharing economy e di abilitatori della collaborazione per l’economia della collaborazione, che siano in grado di mettere a sistema le connessioni. Nel caso della condivisione, un esempio classico di piattaforma è Uber. Nel caso della collaborazione invece, non è sufficiente creare uno strumento digitale, ma è indispensabile . creare dei sistemi di collegamento tra i vari nodi, costruire relazioni tra soggetti che devono definire una offerta e reti di relazione tra offerta e domanda. 

Ciò detto, ritengo che gli sviluppi più promettenti per questo tipo di pratiche siano in realtà in quei settori dell’economia che potremmo definire “disfatti”, i settori che hanno pagato un prezzo molto alto negli ultimi anni e che hanno necessità di essere ripensati velocemente. Un esempio è il settore dell’edilizia residenziale, un altro quello delle banche, o dell’auto. Settori che proprio per il loro essere in crisi, offrono l’opportunità di essere re-inventati con modalità nuove. 

Molti commentatori mettono in evidenza anche possibili criticità e rischi. Quali sono secondo te gli elementi da tenere in considerazione da questo punto di vista?

I rischi che vedo non sono tanto legati al tipo di partecipazione degli utenti o alle ricadute di questo tipo di partecipazione sulla privacy delle persone, quanto  piuttosto alla composizione della rete stessa e a chi la gestisce. Come riesco a controllare i sistemi di abilitazione forniti da queste piattaforme? Per quanto mi riguarda, il problema non è affatto fermare o arginare il processo in corso, ma capire come controllare i soggetti gestori della disentermediazione. 

Il tema lavoro è anch'esso molto complesso e delicato. Attualmente appare quasi impossibile applicare una contrattualistica al sistema collaborativo e definire una base comune di ridistribuzione del valore del lavoro, in termini contrattuali, remunerativi, eccetera. Per il lavoro è senz’altro necessaria una riflessione a parte, molto approfondita.  

Mi puoi fare un esempio concreto di una esperienza legata all’economia collaborativa  che ti ha particolarmente colpito? Perché?

Dal punto di vista della condivisione ci sono molti esempi e studi. Sul terreno dell’economia collaborativa siamo invece oggi in una fase di start up. Io sto lavorando alla definizione di una piattaforma collaborativa sul sistema turistico con 3 province e 23 comuni, che porterà il singolo operatore turistico a non costruire la sua proposta in maniera autonoma, ma a comporre con gli altri un’offerta sinergica in base alla profilazione del turista, andando ad intercettare viaggiatori in comunità nuove, con bisogni ancora inespressi. A Castel Bolognese, un piccolo comune in provincia di Ravenna, stiamo invece lavorando insieme sul terreno per testare se le stime della Commissione Europea - secondo le quali ogni famiglia può arrivare a risparmiare  circa 7 mila Euro l’anno grazie alla creazione di un sistema collaborativo integrato - siano di fatto realistiche. Qui stiamo lavorando su cosa  significhi “comunità”, concetto che abbraccia tutti gli elementi del vivere quotidiano: acquisti, energia, mobilità, welfare, rapporto con l’Amministrazione, etc.  

Un Governo Regionale ti ascolta: quali sono a tuo parere le azioni prioritarie per una gestione consapevole dell’economia collaborativa?

La Regione dovrebbe svolgere il ruolo di “lievito”: grazie alla istituzione di una task force interna con competenze interdisciplinari, dovrebbe affiancare i  territori che si candidano ad attivare sistemi e sperimentazioni di questo tipo. Io non credo, soprattutto per questo tipo di attività, che sia opportuno assegnare risorse economiche, mentre credo che sarebbe centrare offrire risorse umane, skills e competenze. Una task force di questo tipo potrebbe agire direttamente sul territorio, verificando l’esistenza di comunità di intenti, e capendo cosa serve per farle diventare comunità d’azione. 

Ultimo ma non meno importante, la Regione dovrebbe sviluppare l’approccio collaborativo al suo interno. Oggi gli Enti sono assai poco collaborativi nei loro sistemi di funzionamento, mentre per poter immaginare sistemi di questo tipo sui territori, è necessario che l’Ente regionale stesso introietti e faccia suoi l’intelligenza e i meccanismi della collaborazione.

(Testo riadattato da una intervista realizzata per il progetto #CollaboraToscana) 

I commenti sono pubblicati automaticamente, tranne che in orario 19-9, sabato, domenica e festivi, in cui viene applicata la moderazione.


Ne parliamo con Carlo Andorlini

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Ne parliamo con Carlo Andorlini

Una intervista con Carlo Andorlini, esperto di innovazione sociale e sistemi collaborativi sulla economia della collaborazione e della condivisione e sul percorso #CollaboraToscana. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quali sono gli sviluppi più promettenti che si sono aperti con lo sviluppo dell’economia della condivisione e della collaborazione?

Il primo elemento da sottolineare è il tema culturale.

I sistemi collaborativi (che sono una “famiglia” più grande dove dentro c'è anche l'economia della condivisione) prima di essere un metodo di lavoro sono un approccio culturale e un sistema di vision da apprendere e a cui affezionarsi. Stare nei sistemi collaborativi significa innanzitutto credere fortemente nella collaborazione (concetto che oggi supera e va oltre il tema e le logiche partecipative che hanno fondato tanto del lavoro fatto negli ultimi 20 anni in campo sociale e in ambito di cittadinanza attiva).

Se la partecipazione ha voluto dire costruzione di strumenti di affiancamento di politiche pubbliche, civiche e di responsabilità sociale, oggi che il livello generale di fiducia verso la cosa pubblica è completamente cambiato e per grandi fasce di popolazione purtroppo labile, forse l'unico modo per generare sviluppo di comunità è passare dalla costruzione di processi in cui non ci sia solo il prendere parte (partecipazione) ma il fare insieme, o se vogliamo faticare insieme (collaborazione).

Il secondo punto riguarda la potenzialità della connessione e contaminazione fra terzo settore e sharing. Qui si gioca una partita importantissima. Devono essere bravi i due comparti a costruire interazione dove l'uno aiuta l'altro (sia dal punto di vista economico, sia, soprattutto, dal punto di vista dell'impatto sociale).

Il terzo punto riguarda i giovani: chiaramente un aspetto nodale. L'economia della condivisione è un settore che si sposa molto bene con la capacità nuova dei giovani di inventarsi un lavoro flessibile, nuovo, leggero, di scambio fiduciario, in cui risulta fondamentale l'incrocio di competenze e di relazioni.

Molti commentatori mettono in evidenza anche possibili criticità e rischi. Quali sono secondo te gli elementi da tenere in considerazione da questo punto di vista? 

Stando ad un livello macro, si ha tutto il tema di quanto le grandi piattaforme possano essere in gradi di promuovere e portare avanti una reale economia alternativa. Il vero rischio, a mio avviso, è che non si colga del tutto la parte sana dell'economia della collaborazione che è fatta da piccole esperienze sempre più legate al territorio. Un esempio su tutti è il crowdfunding. In alcuni casi è in mano ad organizzazioni molto forti e quindi anche poco vicine agli elementi valoriali e culturali a cui ho fatto riferimento prima. Ma accanto a queste, oggi si affacciano sulla scena esperienze di crowdfunding piccole e territoriali ( si parla infatti di Diffusione di piattaforme territoriali, dove le relazioni digitali sono radicate in quelle di prossimità) in cui succede che, per esempio, un gruppo di ragazzi si organizza nel proprio territorio per migliorarlo facendo anche impresa. Questo tipo di esperienza rappresenta l'elemento reale da tutelare, preservare e valorizzare. Il vero rischio è che non si consideri affatto la parte buona della sharing economy, cioè la nascita di piccole realtà legate ai valori di condivisione e di comunità, e che non venga affatto valorizzata come invece si meriterebbe.

Mi puoi fare un esempio concreto di una esperienza legata all’economia collaborativa  che ti ha particolarmente colpito? Perché?

Ci sono due fasce di esperienze che mi piacciono, una riguarda il mondo del crowdfunding e l'altra che riguarda il cibo. Rimanendo sul crowdfunding, a me piace molto Meridonare, esperienza di piattaforma crowdfunding del sud strutturata come una banca del dono. Poi c'è Ginger, esperienza emiliana nata dall'idea di alcune ragazze che lavorano sul crowdfunding civico.

Entrambe basate su la costruzione di progetti che vivono come piattaforma online ma assolutamente in rapporto e relazione con il territorio e i suoi abitanti.

E'' la sharing economy che si alimenta di “relazione reale” quella che viene fuori in maniera forte da questi esempi e situazioni.

L'altro versante secondo me molto interessante è quello legato al cibo. Una delle esperienze che vorrei citare è LMSC - Last minutes sotto casa di Torino, piattaforma che mette in contatto clienti con negozi e ristoranti che rimettono in vendita la loro merce fresca invenduta che altrimenti rischierebbe di essere buttata. In questa esperienza si sintetizza al massimo della potenzialità dell'economia di collaborazione: 1) un gruppo di giovani che trova una collocazione lavorativa, 2) l'utilizzo degli elementi dell'economia di condivisione, 3) si va ad agire su un bisogno sociale molto forte, 4) qui i cittadini partecipano più facilmente perché il cibo riguarda tutti, e quindi ognuno può dare o ricevere, e nel dare la condivisione è massima.

Un Governo Regionale ti ascolta: quali sono a tuo parere le azioni prioritarie per una gestione consapevole dell’economia collaborativa?

Essendo un governo regionale credo che una delle cose più importanti che può fare, oltre alla promozione e alla sensibilizzazione della comunità in merito alla sharing economy, è relazionarsi efficacemente con gli enti locali. Io credo che l'economia della collaborazione passi sempre dal territorio. Se ci sono degli enti locali in cui nascono proposte di economia di collaborazione è bene che l'ente regionale si impegni per promuovere l'esperienza e sensibilizzare gli altri territori riguardo la sharing economy. Situazioni come quelle di Planbee (crowdfunding civico), in cui nella ricostruzione dei beni comuni si vede il rapporto tra cittadini, ente pubblico e bene ristrutturato, l'ente pubblico non deve in realtà fare, ma costruire ecosistemi favorevoli (e quindi culturalmente e operativamente pronto a raccogliere queste nuove sfide). Oggi vediamo che le esperienze di economia di condivisione che funzionano in un territorio vanno avanti anche grazie alla presenza intelligente e aperta dell'ente pubblico. Senza questo manca un pezzo.

(Testo riadattato da una intervista per il percorso #CollaboraToscana)

I commenti sono pubblicati automaticamente, tranne che in orario 19-9, sabato, domenica e festivi, in cui viene applicata la moderazione.


Ne parliamo con Flaviano Zandonai

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Ne parliamo con Flaviano Zandonai

Una intervista con Flaviano Zandonai, Ricercatore presso Euricse, sull'economia della collaborazione e della condivisione e sul percorso #CollaboraToscana. 

 

 

 

 

 

 

Quali sono gli sviluppi più promettenti che si sono aperti con lo sviluppo dell’economia della condivisione e della collaborazione?

Oggi parlare di condivisione e di collaborazione non è più una questione di nicchia ma è diventato mainstream. Tutti  ne parlano, alle volte in maniera corretta, in altri casi i termini vengono banalizzati, colonizzati. Ma, a prescindere da questo rischio, è utile che se ne parli e che si agisca sempre più in termini di condivisione attraverso vari mezzi e coinvolgendo  diversi settori e campi di attività. Non dev'essere più una cosa legata a specifici ambiti o livelli organizzativi. L'importante è che diventi una cosa di dominio comune. Lo sviluppo più promettente è legato al fatto che oggi nella forma mentis delle persone c'è sempre più la propensione alla condivisione. E' importante che questi concetti siano nelle teste delle persone. Deve scattare una cultura d'uso della condivisione di taglio collaborativo. Questa è la grande trasformazione che stiamo vivendo oggi: il collaborare viene visto sempre più come un modo naturale di agire.

Molti commentatori mettono in evidenza anche possibili criticità e rischi. Quali sono secondo te gli elementi da tenere in considerazione da questo punto di vista?

Inizialmente, quando si discuteva di economia collaborativa se ne parlava bene in modo assoluto, come una cosa straordinaria. Adesso la moda del momento è parlarne male. Io diffidavo di chi all'inizio pensava che era tutto magnifico, mentre adesso non sono d’accordo con chi ne parla male, senza eccezioni. Secondo me i rischi e le criticità esistono e sono legati al fatto che le persone non abbiano del tutto le opportunità di poter accedere a questo tipo di servizi. Si stanno man mano creando, anche per quanto riguarda la sharing economy, delle divisioni tra chi ha o meno la possibilità di fruire di queste risorse. Pensiamo, ad esempio al carsharing o al carpooling: oggi il problema è rendere accessibile questi servizi ad una pluralità di soggetti, non solo quelli che abitano nelle smart cities, nelle grandi città, nei grandi aggregati urbani. Si rende necessario allargarsi alle aree interne. Il rischio è che la dimensione collaborativa non diventi del tutto una dimensione sanamente popolare ma rimanga un fenomeno riservato a certe fasce della popolazione o a certi territori o a certi ambiti. Quando, in realtà, dovrebbero utilizzare tutti. E' vero che i millennians sono più propensi ad usare i servizi di sharing economy ma io spero che inizino ad utilizzarli anche i loro nonni. Bisogna evitare che l’economia della condivisione rimanga un’esperienza sedimentata.

Mi puoi fare un esempio concreto di una esperienza legata all’economia collaborativa che ti ha particolarmente colpito? Perché?

Mi piace molto tutto il filone del turismo esperienziale in cui tu sostanzialmente non ti scambi solo la stanza (sharing 1.0), ma cominci a scambiare e anche relazioni ed esperienze. Per fare un esempio concreto, c'è una starup a Bologna che si chiama Destinazione Umana. E' una piattaforma di media economia di condivisione in cui l'oggetto dello scambio non è solo il posto dove dormire piuttosto che dove mangiare ma è l'esperienza che fai in quel luogo. Quindi, attraverso questo servizio e nella loro prestazione di servizio. in cui non è previsto solo la stanza pulita, ben arredata etc, ma si prevede un contatto diretto con quel territorio lì, i turisti hanno la possibilità di incontrare gli abitanti autentici di quei contesti. Questa è vera economia di condivisione perché in qualche modo va a toccare e a valorizzare il fattore cardine dell’economia della condivisione, cioè l'elemento relazionale. Più si ha la qualità della relazione e più si ha economia della condivisione.

Un Governo Regionale ti ascolta: quali sono a tuo parere le azioni prioritarie per una gestione consapevole dell’economia collaborativa?

Un Governo Regionale dovrebbe creare una piattaforma per le varie realtà di economia della condivisione locali. Dovrebbe proporre un modello di sviluppo in qualche modo multilocale. Le regioni dovrebbero mettere in connessione le esperienze che nascono e si sviluppano nel territorio, associandosi con altre regioni, a livello nazionale e internazionale. Ad esempio, se ogni utente che offre un alloggio in Airbnb inserisse una foto di quel territorio, chi andrebbe a visualizzare quel dato profilo si troverebbe davanti una rappresentazione reale e vera del luogo che intende visitare.
Le regioni dovrebbero fare da connettori dell’offerta e della domanda di questa specifica fetta di mercato, ancora molto puntiforme, attraverso un cambio di prospettiva. La Pubblica Amministrazione deve mettersi al servizio dell'economia collaborativa costruendo  una  piattaforma che connette, che esplicita e rende visibile.
Prendiamo ad esempio quello che sta accadendo in Svezia presso l'istituto del turismo svedese. Al numero istituzionale dell’ufficio dedicato a chi intende chiedere informazioni turistiche non risponde un funzionario dello stato svedese ma un cittadino. L’istituto del turismo svedese ha pre selezionato un centinaio di persone, che si sono prese l’impegno di  rispondere al telefono, fungendo da intermediari non solo per informazioni ordinarie, come le indicazioni stradali o culturali, ma dando informazioni peculiari, in veste di abitante della zona. Si immagini un toscano che risponde al telefono, già con l'accento è vincente!

(Testo riadattato da una intervista realizzata per il progetto #CollaboraToscana)

 

I commenti sono pubblicati automaticamente, tranne che in orario 19-9, sabato, domenica e festivi, in cui viene applicata la moderazione.


Una intervista doppia con Christian Iaione e Silvia Givone

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Una intervista doppia con Christian Iaione e Silvia Givone

Da Collaboriamo.org una intervista doppia con Christian Iaione di LabGov e Silvia Givone di Sociolab, consulenti scientifici e metodologici di #CollaboraToscana, nella quale si ripercorrono le tappe del percorso e si illustrano obiettivi e risultati. Una occasione per approfondire alcuni temi chiave e scoprire il metodo dietro al processo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Condivisione, collaborazione… facciamo un po’ di chiarezza. Di cosa stiamo parlando?

Christian Iaione: Si condivide una risorsa scarsa o a rischio di estinzione, si collabora per generare nuove risorse. Entrambe implicano cooperazione, coesione sociale e solidarietà. La Regione Toscana, con il suo assessorato alla Presidenza che ha la missione di generare innovazione nelle politiche pubbliche, ha colto l’importanza di condurre un approfondimento sulla sharing economy prima di lanciare qualunque  nuova iniziativa regolatoria. E lo sta facendo con un approccio critico, non celebrativo, ma cognitivo, attento a comprendere quello che sta sta avvenendo nel mondo, a diversi livelli. E’ da qui che è nato il percorso #CollaboraToscana, che è la prima esperienza regionale, a livello nazionale ed internazionale, con cui si cerca di co-creare con gli attori locali una politica pubblica sull’economia della condivisione e della collaborazione. Ci stiamo ispirando ai principi e al metodo utilizzato nel 2011-14 per la stesura del Regolamento sulla collaborazione per i beni comuni urbani di Bologna e nel 2015 quando Benedetta Brighenti, membro del Comitato delle Regioni della UE, mi ha chiamato come esperto per accompagnare il processo di stesura del parere del Comitato sulla dimensione locale della sharing economy. Il primo aspetto innovativo del percorso toscano è quello di cominciare a declinare la riflessione a partire dai quattro pilastri dell’economia pubblica locale: le infrastrutture locali (di rete o puntuali), i beni comuni (pubblici e culturali), i servizi collaborativi (alla persona e al consumatore) e la governance pubblica locale. L’ultimo aspetto è particolarmente innovativo e implica la volontà di ripensare il ruolo del pubblico: se vuole cambiare, di quali attrezzature ed equipaggiamento deve dotarsi la Pubblica Amministrazione? Come deve farlo, utilizzando quali metodologie? Su quali priorità deve intervenire per generare un effetto ecosistemico?

Nel resto di Italia cosa sta succedendo?

Christian Iaione: In Italia si stanno svolgendo alcune sperimentazioni amministrative importanti, che lavorano per adattare l’approccio alle condizioni locali e andare oltre la novecentesca replicazione di strumenti amministrativi tutti uguali a se stessi per valorizzare la differenziazione nelle politiche pubbliche. Bologna ha fatto propria una visione innovativa e non si è voluta fermare all’applicazione di una singola politica pubblica: ha cominciato a lavorare sui beni comuni urbani, generando il Regolamento sui beni comuni citato, ma adesso ad esempio il focus si è spostato sulle politiche abitative e sul cambiamento organizzativo. A Bologna sta per nascere l’Ufficio per l’immaginazione civica, che sarà un laboratorio aperto sulle politiche pubbliche, per aggiornare gli strumenti di governo e sviluppo economico locale attraverso la sperimentazione e la collaborazione. Il percorso Collaborare a Bologna ha permesso di dare avvio a questo percorso, operando una mappatura degli attori e stimolando la partecipazione civica. Adesso è in corso la nuova fase di sperimentazione, Co-Bologna. In Italia ci sono altri territori e città da tenere presente che stanno cercando ciascuno la propria strada verso la collaborazione, investendo sul metodo. Uno è Milano, che sta puntando sulla sharing economy in chiave abbastanza innovativa e suggestiva. L’altro è Napoli, che sta lavorando sul versante dei beni comuni. In entrambi i casi, si è partiti dalla conoscenza locale e dalle specificità delle comunità locali, a conferma della imprescindibile differenziazione che deve caratterizzare le politiche pubbliche nel XXI secolo come riconosciuto dalla stessa Costituzione all’art. 118. Ma è molto interessante anche quello che sta succedendo a Messina e a Reggio Emilia. A Reggio sta nascendo un “Collaboratorio”, un’istituzione più che un luogo, dove attraverso la produzione aperta della conoscenza, anche in digitale, si produrranno forme di innovazione sociale, si ripenseranno i servizi alla persona.

Cosa succede invece negli altri paesi dell’unione? Ci sono direttive europee su questo tema?

Christian Iaione: All’estero, gli stati che a livello governativo si stanno muovendo in questo senso sono sicuramente alcuni stati americani, l’Inghilterra e la Danimarca. A livello metropolitano invece ci sono Barcellona, San Francisco, Seoul, Amsterdam, Bogotà. Per quanto riguarda le istituzioni europee in merito all’economia collaborativa, l’unico testo esistente, oltre al parere del Comitato delle Regioni, è una Comunicazione della Commissione del 2 giugno 2016, ma è un documento controverso, nel quale, a differenza, ad esempio, dell’impostazione terminologica e scientifica di CollaboraToscana, ci si concentra solo sul tema dei servizi, restituendo una visione molto parziale del tema, alquanto scollata dalla realtà. In breve coglie solo una delle possibile dimensioni della sharing economy, quella della “on-demand economy” (i.e. economia dell’accesso), non quella che ho definito della “pooling economy” (o economia del crescere insieme).

Che tipo di strumento è il libro verde? A cosa serve?

Christian Iaione: Il libro verde è un documento conoscitivo, di orientamento e di indirizzo politico su una determinata questione, usato in ambito Europeo assieme ad altri strumenti (come il libro bianco che rappresenta generalmente uno sviluppo iterativo) per preparare o accompagnare l’adozione di strumenti di soft law come le comunicazioni o hard law come le direttive e i regolamenti. Usarlo per la costruzione di una decisione pubblica nel contesto Italiano è una scelta metodologica già di per sé innovativa,  anche se in realtà, in Italia avevamo nel nostro sistema amministrativo strumenti che svolgevano la stessa funzione ma che nel tempo sono stati dequotati. Mi riferisco ad esempio alle programmazioni e ai piani, un “mezzanino regolatorio” tra indirizzo politico e azione amministrativa, che oggi vengono caricati di compromessi irrealizzabili o utopie amministrative, se non nascondono accordi di altra natura. Introdurre il metodo europeo del libro verde serve a fare emergere le possibili sinergie fra le diverse politiche pubbliche verticali e dunque a coordinare l’azione di diversi settori amministrativi. Sono strumenti di apprendimento reciproco e di preparazione della Pubblica Amministrazione al cambiamento. Il metodo amministrativo attuale non prevede più l’uso di questi processi o strumenti, anche perché molto spesso ci sono burocrati o accademici che non vedono l’ora di scrivere leggi e/o regolamenti per vederli citati con il proprio nome, quasi come se fosse una loro esclusiva proprietà intellettuale. In tempi e tema di beni comuni, capisce che siamo proprio fuori tempo massimo. E comunque non è un caso che queste leggi e questi regolamenti senza adeguata preparazione, prima, e accompagnamento, poi, della comunità amministrativa, spesso finiscano per essere interpretati in maniera distorta, se non totalmente disapplicati. Per questo è fondamentale costruire queste politiche con chi ne è destinatario (in primis i cittadini) e utilizzare questo processo di co-creazione per preparare chi dovrà applicare le politiche pubbliche, costruendo una conoscenza condivisa da tutti i soggetti coinvolti e le diverse articolazioni interne alle istituzioni (Consiglio regionale, Assessori, Dirigenti, funzionari). Ad oggi, nessuno ormai può avere la presunzione di conoscere tutto: è importante sviluppare soluzioni che partano dalla esplorazione del problema valorizzando la conoscenza e l’azione delle collettività.

Come avete costruito il percorso #CollaboraToscana?  La mappatura degli attori: come funziona?

Silvia Givone: L’abbiamo costruito e immaginato mettendo a valore le rispettive esperienze di Sociolab e Labgov. E’ molto indicativo il fatto che anche la costruzione del progetto sia stata essa stessa il frutto di un approccio collaborativo e del confronto tra metodi e approcci diversi ma fortemente complementari. Nel dettaglio, abbiamo cominciato l’attività di mappatura attorno alla griglia elaborata da Christian nei suoi studi, in cui si individuano gli attori della governance collaborativa: settore pubblico, settore del privato sociale, settore delle imprese, settore della conoscenza. Utilizzando questa griglia, abbiamo deciso di mappare, in Toscana, due categorie di attori distinti: i portatori di interessi o conoscenze specifiche e i portatori di esperienze innovative e illuminanti riguardo a questi temi. L’attività di mappatura è un lavoro molto lungo e complesso, tuttora in progress, anche perché questo è un sistema dinamico, in continua evoluzione, in cui le definizioni non sono necessariamente condivise. Il processo utilizzato è un esempio di processo a cascata. Abbiamo cominciato individuando un primo nucleo di attori a cui abbiamo chiesto a loro volta di indicare soggetti ed  esperienze significative, e così via. Una volta individuati i nostri possibili interlocutori, li abbiamo organizzati attraverso una matrice: da una parte l’ambito di provenienza,  dall’altro i temi centrali delle politiche pubbliche che volevamo analizzare. L’individuazione dei sotto-temi in cui strutturare la discussione nei workshop è stata una delle operazioni più complesse: come sempre nel nostro lavoro era necessario da un lato definire i confini della discussione, quello che chiamiamo la cornice del confronto, dall’altro  avevamo chiaro di doverci tenere abbastanza alti per lasciare spazio all’imprevisto, permettendo l’emersione di questioni inedite e contaminazioni inattese. Dovevamo essere esaustivi ed evitare contributi e contenuti generici, ma allo stesso tempo essere pronti a lasciarci sorprendere, come dice Harrison Owen, il creatore dell’Open Space Technology. Quindi abbiamo lavorato favorendo una procedura che scardinasse i paradigmi abituali di lavoro e permettesse di trarre il massimo da un processo multi-stakeholder come questo. E’ così che siamo arrivati a questa struttura di  workshop tematici, articolati per ambiti e sotto-temi, ciascuno corredato da schede informative di sintesi e supportati da facilitatori esperti in grado di organizzare e tematizzare i contributi in una discussione costruttiva. Le prime due giornate tematiche si sono svolte a luglio: il 13 luglio si è avuto il laboratorio sulle infrastrutture, rispettivamente suddiviso in un tavolo dedicato alla mobilità e uno alle utilities, mentre il 14 luglio si è svolta una giornata che aveva come principale tema i beni, con tavoli dedicati agli spazi urbani, ai beni ambientali, e alla cultura.

Che risultati sta portando la mappatura?

Silvia Givone: Parlare di risultati è ampiamente prematuro a questo punto del processo, ma possiamo dire che sia dalle interviste che stiamo conducendo, sia dai primi due workshop che abbiamo coordinato, sta emergendo un quadro articolato e significativo. Prima ancora che sui risultati tangibili, mi piace però soffermarmi sull’effetto che questo lavoro ha sul rafforzamento della rete e delle relazioni tra gli attori. Dopo un laboratorio, accade sempre che qualcuno decida di rimanere in contatto con un altro partecipante al laboratorio, che si scambino biglietti da visita, che continuino a discutere tra loro per approfondire meglio, per capire quali sono state le soluzioni che sono state adottate in un caso e che potrebbero essere replicate nel proprio contesto. Ancora prima che la policy sia in atto, il processo stesso sta creando vere e proprie occasioni di scambio e replicabilità, sta dando visibilità e opportunità ad esperienze che rischierebbero altrimenti di rimanere semi-sconosciute. In queste giornate si stanno sviluppando insomma connessioni e collaborazioni che potrebbero replicare naturalmente e spontaneamente attivare il processo di policy making dal basso.

Ci sono categorie più reattive di altre quando si parla di economia della condivisione e della collaborazione?

Silvia Givone: Non potrei identificare una categoria in particolare, ma sicuramente ci sono molte imprese private che stanno sperimentando e elaborando soluzioni innovative. Il settore del privato si è trovato forse prima di altri a porsi problemi specifici e ha cercato di trovare risposte. Attingendo dai partecipanti ai laboratori, posso fare riferimento ad esempio ad alcune esperienze all’interno di grandi aziende toscane sul tema della mobilità. Accanto a questi, sono stati portati alla luce anche molti altri esempi validi, rispetto ad esempio all’agricoltura o al settore culturale. Stiamo incontrando esperienze molto interessanti, partite dal livello imprenditoriale, che raccontano di un contesto dinamico in evoluzione, che si interroga e che sperimenta.

Come sono andati i primi workshop?

Silvia Givone: I workshop sono andati molto bene, lo scambio è stato ricco ed i contenuti sono sicuramente di importanza centrale per il nostro lavoro, come dimostrano i report degli incontri. Nei prossimi incontri di settembre speriamo di avere una ancor maggiore partecipazione e una varietà di contenuti ancora più ricco.

Partecipazione live e partecipazione online… quali sono le modalità per partecipare via web?

Silvia Givone: Per quanto riguarda le informazioni e i contenuti del percorso, questi sono tutti online e disponibili nella sezione dedicata al processo della piattaforma Open Toscana, il portale della Regione Toscana per l’innovazione, la partecipazione e gli open data. Da lì è per altro possibile iscriversi ai workshop e scriverci per ricevere informazioni e condividere contributi. Per quanto riguarda l’attivazione e il coinvolgimento diretto, in questa fase ci siamo voluti concentrare a sviluppare e mettere in campo strumenti principalmente pensati per la partecipazione in presenza, con un certo scopo e con effetti e ricadute che solo un livello di partecipazione in presenza permette. Ma la fase di partecipazione online non sarà meno importantepropri dell’ICT enabled citizen engagement. Anzi. Come sa chi si occupa di processi collaborativi e partecipativi, e come gli stessi practitioners del settore dell’online engagement riconoscono, online e offline non sono mutualmente esclusivi, ma fortemente complementari. E’ per valorizzarli al massimo entrambi che abbiamo strutturato il percorso in questo modo. La partecipazione online la lanceremo a conclusione dei laboratori per sottoporre ai portatori di interesse e a quanti vorranno dare dare un contributo, la prima proposta del documento Libro verde per una economia della condivisione e collaborazione in una fase successiva, a partire dalle riflessioni e dalle raccomandazioni emerse in questa, per dare continuità e permettere un coinvolgimento informato e puntuale. Allo stesso tempo, stiamo continuando a condurre interviste a soggetti e portatori di esperienze significative, attraverso la raccolta di contributi delle tante persone che in questo momento si stanno interessando di economia della condivisione e della collaborazione. Anche questi sono costantemente pubblicati sul sito e resi disponibili per chi desidera approfondire la questione. Una vera e propria partecipazione online sarà messa in campo a breve, secondo modalità che permetteranno un ampio coinvolgimento e che non tarderemo ad esplicitare. Teniamo a che tutti siano messi nelle condizioni di partecipare a questo confronto e che il processo sia a tutti gli effetti inclusivo e aperto.

Leggi l'intervista su Collaboriamo.org

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Una esperienza di carpooling aziendale

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Una esperienza di carpooling aziendale

Giuseppe Viesti, Ferragamo, racconta la sperimentazione di un progetto di car pooling aziendale messo in campo dall'azienda in collaborazione con jojob. 

 

 

 

 

 

 

 

Che esperienza è la vostra?

La nostra esperienza nasce dalla volontà dell’azienda (Ferragamo) di mettere in pratica alcune iniziative che vadano nella direzione di un miglioramento dell’ambiente e della qualità della vita, per quanto riguarda l’inquinamento ma anche la qualità degli spostamenti dei dipendenti. Parliamo qui di spostamenti casa-lavoro e di come ottimizzarli attraverso la condivisione delle auto tra dipendenti della stessa azienda o di aziende limitrofe. Questa è la base. Io mi occupo di mobilità aziendale su fronti diversi e lo spunto è nato da una trasmissione radiofonica su Radio2 in cui il fondatore di jojob presentava il suo prodotto. Jojob ci è sembrato interessante perché sembrava un perfetto connubio tra necessità pratiche dei dipendenti e funzionalità: una app gestibile tramite telefono molto ben integrato e molto social come struttura. Si invitano i dipendenti ad iscriversi a questa piattaforma e come accade sui social loro possono chiedere l’amicizia alle persone che abitano nella stessa area. Le persone possono poi decidere se accettare questa amicizia e creare o meno equipaggi. L’obiettivo primario non è quello di creare equipaggi fissi, ma anche un modo di trovare un passaggio in caso di emergenza: auto rotta, sciopero, etc. Se sei connesso sulla app con qualcuno che abita vicino a te puoi contattarlo e chiedergli uno strappo da casa a lavoro e da lavoro a casa. L’altra cosa interessante è che la app non è legata alla singola azienda che lo implementa, ma ci sono anche aziende limitrofe alla nostra che hanno aderito e implementato la piattaforma jojob. E quindi puoi creare equipaggi misti. 

Siamo partiti meno di un anno fa. La risposta iniziale è stata di un centinaio di adesioni su circa 700 dipendenti dell’area Fiorentina. Queste sono le adesioni, poi c’è l’utilizzo effettivo che è cosa diversa. Il servizio è rivolto in modo personale al dipendente, che aderisce con una adesione individuale, ma l’azienda può fare propri  il risparmio di CO2 e di emissioni, riuscendo a calcolare i km consumati e l’impatto del comportamento individuale. 

Quali sono le strettoie burocratiche che hai trovato. Come le avete risolte? 

All’inizio non è stato facile per l’azienda, perché viene fuori che se il mezzo è proprio e quindi l’uso è individuale, l’accordo con Jojob è di fatto un accordo aziendale. E’ importantissimo per l’azienda essere sempre certa del rischio che corre quando si implementano nuove pratiche. Abbiamo fatto moltissime riunioni ed abbiamo deciso di aggiungere alle condizioni di adesione di Jojob anche una nota Ferragamo che rafforzasse il concetto di responsabilità individuale. E’ indubbio che  accanto a uno scoglio culturale rispetto all’idea della condivisione di un mezzo proprio, ci sono le problematiche di coloro che si affacciano per primi a pratiche che forse non è così semplice imbrigliare nelle attuali norme. 

Perché poi invece la predisposizione c’è. In un questionario che avevamo fatto tra i dipendenti molto prima di jojob (già nel 2014) con domande riguardanti la mobilità, era emersa una volontà forte di condividere il proprio mezzo se questo significava risparmiare o viaggiare in maniera più comoda. 

Cosa potrebbe facilitare questo tipo di pratiche secondo te? 

Se penso a quello che si potrebbe migliorare, penso potrebbe essere proprio la messa in pratica di salvaguardie per le aziende che cercano di mettere in pratica queste iniziative di condivisione con obiettivi “virtuosi” come il rispetto dell’ambiente.  Oggi avviare queste politiche della condivisione con gli strumenti legali di vecchia concezione non è proprio semplicissimo. 

Perché in realtà in questo nuovo paradigma non si sa più dove finisce il privato ed inizi l’aziendale, etc. Noi l’abbiamo fatto perchè ci abbiamo creduto, ma non è stato semplice fare una valutazione aziendale del rischio.

Questa sperimentazione si trova esattamente al crocevia tra una politica aziendale e un comportamento individuale dove un certo blocco culturale ed alcune regole da aggiornare sono i principali problemi. 

Un altro aspetto interessante: con jojob si può introdurre un sistema di premi e rewards per gli utenti più virtuosi. Se è jojob a farsi carico dei premi non ci sono problemi. Se invece è l’azienda a farsi promotrice vanno fatte tutta una serie di valutazioni fiscali che possono creare ostacoli alla sua realizzazione. 

Insomma c’è un mondo che accelera sull’economia condivisa mentre la legislazione fa fatica a stargli dietro.

Ecco se si dicesse invece  ad esempio, che  tutte le attività che vengono fatte per il miglioramento dell’ambiente e per la diminuzione del traffico e per l’utilizzo dei mezzi pubblici e dei mezzi elettrici e che quindi aiutano la collettività, possono beneficiare di agevolazioni fiscali sia per l’azienda che per il dipendente sarebbe già molto utile. La chiarezza è il punto di partenza fondamentale per non rischiare di vanificare iniziative interessanti. In un futuro nemmeno lontano mi immagino l’idea di fare un concorso interaziendale sull’utilizzo del carpooling nella nostra area. Ad oggi andrebbe assoldato un esercito di esperti fiscali con la possibilità pressochè certa di fallimento. Ed è un peccato perché potrebbe essere il vero futuro della condivisione: isole di sharing eocnomy che sperimentano a livello locale. 

Sono certo che molte aziende hanno le nostre stesse necessità ed è quindi fondamentale che diventi sempre più pratica comune condividere iniziative di responsabilità sociale e sharign economy attraverso percorsi agevolati.

(Testo riadattato da una intervista realizzata per il progetto #CollaboraToscana)

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Ne parliamo con Francesca Bianchi

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Ne parliamo con Francesca Bianchi

Una intervista con Francesca Bianchi, Sociologa dell'Università degli studi di Siena, sull'economia della collaborazione e della condivisione e sul percorso #CollaboraToscana.

 

 

 

 

 

 

Quali sono gli sviluppi più promettenti che si sono aperti con lo sviluppo dell’economia della condivisione e della collaborazione?

Sono molto contenta che questo tema, che non è nuovo, ma è entrato negli ultimi anni nell’agenda politica di molti paesi, sia al centro del lavoro della Regione Toscana.  Allo stesso tempo, ritengo che la scelta di un focus prettamente economico - che si esplicita nella volontà di definire una policy sulla economia della collaborazione e della condivisione - rischi di far cadere in secondo piano le ricadute sociali e culturali importanti che i fenomeni della collaborazione e della condivisione portano con sé. Lo stesso economista Sen nel suo lavoro sulle capabilities ricordava già negli anni ‘80 di andare oltre l’aspetto dell’accessibilità ai beni e ai servizi per analizzare le capacitazioni sociali e umane delle persone. Altri studiosi nel campo delle scienze sociali hanno lavorato su questi aspetti allargando l’ottica ben oltre la dimensione  economica e di mercato. Perché parlare di condivisione e collaborazione è di fatto in antitesi con il principio dell’homo œconomicus: l’idea infatti non è soltanto quella di accedere a beni e servizi potendo risparmiare e con attenzione alla sostenibilità ambientale, economica e sociale, ma anche e soprattutto quella di procedere ad una ricucitura della società e del tessuto sociale, con sviluppi, ricadute e conseguenze molto promettenti, che vanno ben aldilà delle intenzioni individuali e che interessano la società tutta.

Ecco, l’aspetto più interessante a mio parere è proprio questa duplice dimensione degli effetti prodotti dal modello collaborativo: effetti economici ma anche e soprattutto effetti sociali. Per cui considerarne solo una sarebbe sbagliato e riduttivo.


Molti commentatori mettono in evidenza anche possibili criticità e rischi. Quali sono secondo te gli elementi da tenere in considerazione da questo punto di vista?

 
In un contesto così nuovo, in cui i singoli si muovono con grande autonomia dando origine a movimenti spontaneistici che è ancora difficile comprendere appieno, è noromale che ci siano casi di successo così come insuccessi,  situazioni critiche e situazioni virtuose. Quando le persone si mettono in moto con un processo di questo tipo, non solo non si possono fermare, ma è anche normale che vi sia una sorta di decentramento della partecipazione e del potere che queste famiglie e comunità potranno avere. Come intervenire per gestire gli aspetti di maggiore criticità? Io penso che da questo punto di vista ci sia lo spazio per il protagonismo della politica e del governo locale, regionale e nazionale, che possono avere un ruolo di coordinamento generale, al fine di monitorare, stimolare, promuovere. Potrebbero ad esempio essere creati tavoli tecnici, così come sono stati creati in altri paesi su pratiche abitative alternative, quali il cohousing e l’housing sociale. Solo se l’Attore pubblico riesce a monitorare e non a impedire, a condurre una attenta analisi e ad avere un ruolo di stimolo, promozione e coordinamento, si possono evitare le derive o gli effetti più perversi di questa tendenza.
 
Mi puoi fare un esempio concreto di una esperienza legata all’economia collaborativa che ti ha particolarmente colpita? Perché?

Il primo esempio è senz’altro quello dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) di cui mi sono occupata e che esemplificano bene la doppia dimensione - economica e sociale, di cui parlavo prima. Ad una prima lettura potremmo ricavare che le persone partecipino ai GAS soprattutto per risparmiare e consumare prodotti buoni, con scarso impatto ecologico e altamente sostenibili.
 
Ad una analisi più attenta,  si capisce che i GAS si sono in realtà diffusi anche e soprattutto come occasioni per ripristinare pratiche di prossimità e di vicinato sparite nei tempi di frammentazione,  di crisi e di individualismo che viviamo. C’è una volontà da parte delle persone che aderiscono a esperienze di questo tipo di ricucire le relazioni: chi fa parte di questi nuclei, arriva poi a creare reti all’interno della società civile, esportando la collaborazione nei servizi e arrivando a riqualificare i quartieri ed i territori in cui vive.

L’altro esempio è invece legato al tema del cohousing nello specifico e delle politiche abitative alternative e innovative in genere. Anche questa è una esperienza di cui mi sto occupando e che mi colpisce molto perché rinnova e rilancia una idea di vivere insieme che non solo è molto intenzionale, ma ha anche effetti importanti per i residenti delle aree in cui questi gruppi di persone vanno ad installarsi, con ricadute interessanti sul tessuto sociale in generale e sulle politiche sociali, e con la specifica volontà di promuovere uno stile di vita più sano, dove ciascuno guadagni dalla presenza dell'altro, partendo dall’idea che si può vivere meglio scambiando e comunicando con gli altri.

Credo che questo sia il futuro che ci aspetta e a cui arriveremo. Ovviamente senza banalizzare la complessità, ma con la consapevolezza che di fronte alla frammentazione sociale, al deficit pubblico e alla crisi del welfare tradizionale, questo sia l’approccio che potrebbe permettere di girare pagina. Ovviamente, perché prevalgano gli aspetti più virtuosi, l’Ente pubblico deve giocare un ruolo centrale.
 
Un Governo Regionale ti ascolta: quali sono a tuo parere le azioni prioritarie per una gestione consapevole dell’economia collaborativa?

Quello che dovremmo fare in prima battuta è una grande opera di conoscenza. Sono esperienze molto diffuse, molto presenti, ma anche molto frazionate a livello di quartiere e di comune. Io sentirei l’esigenza di mappare e monitorare meglio le singole esperienze, quello che succede sui territori.

E poi il pubblico dovrebbe avere un ruolo di facilitazione, di promozione e di regia, ad esempio sostenendo chi sta investendo in questo tipo di approccio, che altrimenti rischia di scoraggiarsi. Ad esempio con finanziamenti ed incentivi per le esperienze più interessanti: nel settore del cohousing questo potrebbe significare l’accesso agevolato ad immobili di proprietà pubblica in disuso - che sappiamo essere molti nelle nostre città - da parte di quei gruppi di cittadini che abbiano un progetto convincente di abitare innovativo. Chiedendo loro in cambio di intervenire a migliorare il territorio in cui sono e di lasciare qualcosa alla comunità in cui si installano.  

(Testo riadattato da una intervista realizzata per il progetto #CollaboraToscana)

 

 

I commenti sono pubblicati automaticamente, tranne che in orario 19-9, sabato, domenica e festivi, in cui viene applicata la moderazione.


Ne parliamo con Marta Leonori

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Ne parliamo con Marta Leonori

Una intervista con Marta Leonori del Dipartimento di Funzione Pubblica, sull'economia della collaborazione e della condivisione e sul percorso #CollaboraToscana.

Quali sono gli sviluppi più promettenti che si sono aperti con lo sviluppo dell’economia della condivisione e della collaborazione?

L’economia collaborativa apre il mercato a nuove forme di attività e di sviluppo, crea settori nuovi e promettenti, aiuta a ripensare e innovare i settori tradizionali. In questo vedo grandi possibilità. Naturalmente, perché questo avvenga nella tutela dei cittadini e dei gruppi, c’è bisogno di definire regole condivise che garantiscano tutti. Regole che non siano finalizzate a frenare lo sviluppo di un settore che esiste indipendetemente dagli sforzi del regolatore, ma che diano certezze a chi vuole intraprendere una attività e a chi ne beneficia come utilizzatore.  

Molti commentatori mettono in evidenza anche possibili criticità e rischi. Quali sono secondo te gli elementi da tenere in considerazione da questo punto di vista?

I rischi sono quando ci si muove senza possibilità di tutele, cosa normale quando come oggi ci troviamo di fronte ad un settore nuovo dell’economia.

Ho fatto l’assessore a Roma per un anno e mezzo e a un certo punto si è posta la questione degli home restaurant. Qui quale è il più grande rischio? La concorrenza sleale, certo, ma soprattutto la sicurezza sugli alimenti. Se un cliente va in un home restaurant e mangia funghi velenosi, cosa succede? Altro esempio: qui si sta sviluppando un nuovo sistema di scooter sharing: cosa succede se c’è un incidente mentre utilizzo uno dei motorini del servizio?  

Come si può dare anche a chi si rivolge a questo settore, così come a chi lo pratica, un minimo di certezze?

Naturalmente non si può normare fino al punto di bloccare il settore,  ma è necessario trovare insieme soluzioni che tutelino gli attori del settore, nel senso più ampio del termine.

15 anni fa si valutava la possibilità di autorizzare la forma del bed and breakfast. Oggi, i bed and breakfast sono divenuti una offerta ricettiva canonica e ci si interroga su come disciplinare la ricettività domestica offerta da AirBnB.

Mi puoi fare un esempio concreto di una esperienza legata all’economia collaborativa  che ti ha particolarmente colpita? Perché?

Un esempio dalla mia città che mostra le possibilità infinite della collaborazione e del digitale. A Roma, due ragazzi hanno inventato una nuova stampate 3d per i cellulari (Olo). Per metterla in produzione hanno presentato il progetto sulla piattaforma di crowdfunding kickstarter e hanno raccolto 2 milioni e 300.000 dollari. Hanno venduto 16.000 prodotti. E’ così che hanno potuto avviare la loro attività. C’era una buona idea, un buon progetto e ci sono stati dei micro-investitori che hanno creduto nel progetto. Questi sono canali che esistono grazie alla cultura collaborativa e alla digitalizzazione, che nel nostro paese sono conosciuti solo in parte ma che sono una delle nuove frontiere. Una opportunità che prima non c’era e adesso c’è.

Un Governo Regionale ti ascolta: quali sono a tuo parere le azioni prioritarie per una gestione consapevole dell’economia collaborativa?

In base alla mia esperienza, gli ambiti più importanti che riguardano una Amministrazione e sono la ricettività, gli home restuarant e il trasporto. Questi sono i tre grandi settori su cui gli amministratori si interrogano per capire come coniugare concorrenza, regole e tutela. Questi sono tutti esempi in cui la regolamentazione è prima di livello regionale e poi comunale.

E’ però molto difficile che un comune riesca ad intervenire da solo, senza fare un ragionamento più ampio. Anche perché questo è un settore che evolve in fretta e che difficilmente è compatibile con i tempi e di un Ente locale. Per questo prima di tutto è necessario conoscerlo e capirlo.

E’ fondamentale partire mettendo intorno a un tavolo i diversi attori: quelli che sanno come funziona il settore e che ne sanno intuire le prospettive, i giovani imprenditori delle startup, ma anche i consumatori, gli imprenditori tradizionali, le associazioni.

L’Europa si sta occupando di questo, l’Italia non può rimanere indietro ed io sono fiduciosa sulla possibilità di trovare una soluzione, ma non è una cosa che una regione o un comune possono fare da soli, è un settore troppo nuovo e ancora sconosciuto, dobbiamo lavorarci insieme.  

(Testo riadattato da una intervista realizzata per il progetto #CollaboraToscana)

 

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Ne parliamo con Massimo Alvisi

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Ne parliamo con Massimo Alvisi

Una intervista con Massimo Alvisi, Fondatore dello studio Alvisi Kirimoto + Partners e coordinatore del gruppo di lavoro G124 di Renzo Piano, sull'economia della collaborazione e della condivisione e sul percorso #CollaboraToscana.

Quali sono gli sviluppi più promettenti che si sono aperti con lo sviluppo dell’economia della condivisione e della collaborazione?

Per quello che riguarda l’ambito della rigenerazione urbana - mio settore di expertise - e più in generale dello spazio e della città, credo che i risultati più promettenti si stiano avendo nell’ambito di un nuovo approccio all’urbanistica orientato alla collaborazione e ai beni comuni. Per fare un esempio molto rilevante, alla Biennale di Venezia, per la prima volta il progetto del padiglione italiano sarà tutto incentrato sui beni comuni, sulla collaborazione, sulla necessità di introdurre un nuovo sguardo sulla città, orientato al prendersi cura e alla condivisione. Questo focus segna un passaggio molto importante dall’idea del partecipare all’idea del collaborare alle trasformazioni. Implica infatti che i nuovi interventi urbanistici siano legati al cittadino e al territorio in modo indissolubile e siano commisurati alle reali necessita degli abitanti. Un tema importante dell’urbanistica del futuro sarà proprio quello della trasformazione della nostra normativa urbanistica - oggi generalmente obsoleta nonostante sacche locali di innovazione - per mettere al centro proprio i temi della collaborazione e della condivisione.

Molti commentatori mettono in evidenza anche possibili criticità e rischi. Quali sono secondo te gli elementi da tenere in considerazione da questo punto di vista?

Ritengo che l’elemento centrale sia proprio quello del superamento della partecipazione e del passaggio dalla urbanistica partecipata alla urbanistica collaborata.

La partecipazione negli ultimi decenni ha contribuito a deresponsabilizzare molti politici, amministratori, urbanisti, architetti, sviluppatori e gli stessi curatori dei processi partecipativi, portandoli a non assumersi le proprie responsabilità, soprattutto verso le fasce più deboli. Questo ha condotto ad un sostanziale scetticismo intorno all’idea della partecipazione, che deve essere superato mettendo in luce la differenza che intercorre tra di essa e la collaborazione.  

Nella collaborazione, c’è il progettare con altri, c’è la dimensione del fare insieme e dello sviluppare un progetto comune, e questo responsabilizza tutti. La collaborazione fa si che tu sia un attore specifico delle trasformazioni, ti obbliga ad intervenire attivamente e in prima persona.

Un grande limite dei processi partecipativi è che spesso venivano rinnegati i risultati nella fase di sviluppo del progetto e questo era possibile perché c’era una separazione netta tra la progettazione e l’attività partecipativa. Quello che si sta facendo oggi con l'urbanistica collaborata è invece cercare di fare coincidere queste due attività: partecipazione e progettazione.

Mi puoi fare un esempio concreto di una esperienza legata all’economia collaborativa che ti ha particolarmente colpito? Perché?

In prima battuta, quello che abbiamo attuato a Battipaglia assieme al Professor Christian Iaione. Qui abbiamo un processo collaborativo lungo e interessante per definire linee guida condivise per lo sviluppo della città e per identificare progetti chiave per il piano strategico della città. Con questo processo non abbiamo solo chiesto ad Amministrazione e cittadini di definire le priorità assieme a noi, ma siamo anche intervenuti sul territorio per rigenerare alcuni degli spazi indicati dai cittadini, di fatto mettendo in pratica con un approccio collaborativo le prime indicazioni di ri-progettazione del piano strategico. Così facendo abbiamo riqualificato una scuola abbandonata, abbiamo restituito alla cittadinanza alcuni beni confiscati alla mafia, abbiamo realizzato piste ciclabili, abbiamo chiesto ad un privato di mettere a disposizione un suo spazio per realizzare una piazza. Tutto questo prima della fine della redazione delle linee guida, così che al momento della loro approvazione alcuni punti erano già stati realizzati. Questo secondo me è un punto centrale: l’economia collaborativa permette alla trasformazione di avvenire durante il processo e così facendo unisce l’ideazione all’azione, la co-progettazione alla realizzazione.

Un Governo Regionale ti ascolta: quali sono a tuo parere le azioni prioritarie per una gestione consapevole dell’economia collaborativa?

Primariamente ascoltare il territorio e le associazioni sul territorio. Il problema dell’ascolto non è formale, è sostanziale. Per intervenire sul territorio, prima di tutto è necessario fare una verifica puntuale e dettalgiatissima di tutto quello che il territorio ci chiede, che le persone ci chiedono.

Secondariamente, è importante capire che un territorio si legge non singolarmente, ma attraverso un gruppo di lavoro eterogeneo: più è eterogeneo il gruppo che svolge l’analisi e la progettazione, più è complesso ed articolato, meglio si raggiungono gli obiettivi.

In terza battuta, la Regione deve agire: con azioni efficaci, veloci. Deve intervenire attivamente sul territorio senza meri esercizi speculativi, ma concretamente. Penso che oggi gli strumenti ci siano. Non abbiamo una normativa urbanistica adeguata, ma abbiamo in molte regioni bravissimi amministratori che possono adottare pratiche di ascolto e collaborazione. Io spero che la nostra legge nazionale integri un giorno le best practice della collaborazione, ma oggi già molti amministratori lo stanno facendo.

L’urbanistica del futuro deve essere fatta insieme a chi vive la città: quando l’urbanistica sarà davvero collaborata avremo uno straordinario processo di riqualificazione dei nostri spazi degradati.

Oggi non ci sono strumenti normativi né progettuali chiari per procedere in questo senso e soprattutto non c’è l’abitudine. Ma è possibile e ne abbiamo la prova con i tanti progetti bellissimi di trasformazione urbana del territorio che sono messi in atto in Italia e nel mondo. Le best practice sono tante e non vedo problema ad applicarle nei nostri territori. Il nostro compito è convincere i pianificatori a procedere in questa direzione e a portarli sul campo.

(Testo riadattato da una intervista realizzata per il progetto #CollaboraToscana)

I commenti sono pubblicati automaticamente, tranne che in orario 19-9, sabato, domenica e festivi, in cui viene applicata la moderazione.


Ne parliamo con Luca Raffini

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Ne parliamo con Luca Raffini

Una intervista con Luca Raffini, Sociologo presso l'Università di Genova e Presidente di Sottosopra - Attivare democrazia, ed esperto di partecipazione ed innovazione sociale, sull'economia della collaborazione e della condivisione e sul percorso #CollaboraToscana. 

 

 

 

 

 

 

 

Quali sono gli sviluppi più promettenti che si sono aperti con lo sviluppo dell’economia della condivisione e della collaborazione?

Come sociologo, mi sento di evidenziare principalmente le dinamiche sottostanti l’economia della condivisione. Si deve tenere presente che i singoli individui che sono coinvolti nel processo sono fortemente connessi tra loro. Assistiamo ad una riduzione dell’importanza del ruolo classico delle istituzioni e, allo stesso tempo, contano sempre di più le connessioni che si creano tra i singoli individui, quel legame sociale che si sta pian piano instaurando tra individui singoli della società. Non parliamo più di categorie sociali rigide, bensì di singoli cittadini che si connettono tra di loro, creando una rete di relazioni, scambi, conoscenze nuovi rispetto al passato.
Proprio grazie a questo cambio di prospettiva, che deriva dalla diffusione di realtà legate all’economia della condivisione, si può andare a incidere su molti fattori, anche a livello sociale. Per fare un esempio, basti pensare alla retorica dei giovani disinteressati, non attivi politicamente né socialmente. Il mutamento sociale in corso potrebbe evidenziarne le potenzialità, smentendo ogni tipo di preconcetto sui giovani.

Molti commentatori mettono in evidenza anche possibili criticità e rischi. Quali sono secondo te gli elementi da tenere in considerazione da questo punto di vista?

Le criticità che possono emergere sono davvero molte. D’altra parte, qualsiasi tipo di mutamento sociale non può essere considerato completamente positivo o negativo, come nella dicotomia dell’apocalittico e dell’integrato di Umberto Eco. Questo poiché, in quanto processi sociali, non posseggono un fine prestabilito dall’inizio, essendo fenomeni sorti in maniera del tutto spontanea. E’ necessario trovare la modalità più adeguata per gestire queste realtà.
Riguardo i rischi che l’economia della collaborazione può portare, in primo luogo si deve considerare il fenomeno della deregolamentazione. E’ un bene che ci si apra all’esterno e che si porti avanti la creatività dei singoli individui, ma esistono degli elementi che devono obbligatoriamente essere regolati per non incappare nell’economia sommersa (perdita totale delle tutele del lavoratore o del consumatore).
Per fare un esempio pratico, confrontiamo Gnammo [piattaforma social eating] ed un ristorante abusivo. Il confine legislativo tra queste due realtà è molto labile: qual’è la differenza tra una cena in un ristorante abusivo, non conforme alle norme igienico sanitarie previste, e una cena organizzata in una casa privata, come prevede la piattaforma Gnammo? Dobbiamo quindi stare attenti alla retorica del “si fa quel che si vuole” e considerare maggiormente i fruitori finali del servizio.

Mi puoi fare un esempio concreto di una esperienza legata all’economia collaborativa  che ti ha particolarmente colpito? Perché?

Invece di portare specifici casi singoli, vorrei parlare dell grande fenomeno del carsharing poiché penso che sia un caso positivo di innovazione sociale, utile alla nostra discussione. Viviamo in una società in cui si predilige l’idea che il benessere sia legato a doppio filo col possedere ed accumulare sempre più beni. Dunque è diventato normale, come fosse una moda, avere tre o quattro macchine per famiglia, utilizzare una auto senza altri passeggeri se non il conducente, col risultato di avere strade imbottigliate dal traffico, per non parlare dell’inquinamento che questi stili di vita producono. Questi sono comportamenti che possono essere tranquillamente bypassati da un cambiamento delle abitudini degli individui.
Il carsharing può trasformare radicalmente le nostre città. E’ evidente come la macchina di proprietà non potrà scomparire dall’insieme di beni di una famiglia, ma se si invertisse la tendenza, immaginando ad esempio che ci sia una sola macchina per nucleo familiare (e non tre o quattro) e contemporaneamente un incremento sostanziale dell’utilizzo del carsharing, ciò porterebbe sia un beneficio ambientale che della qualità della vita, nonché un ritorno economico importante per tutti coloro che sono coinvolti.
Spesso si tende ad analizzare solo la dimensione economica o solo quella etica di questo fenomeno, ma nel nostro caso le due sfere si sovrappongono. Il carsharing parte dalla dimensione prettamente economica: non si tratta di una nicchia di persone  particolarmente sensibili che si organizza, che quindi non va ad incidere sull’economia dominante. Fenomeni come BlaBlaCar sono ormai da considerarsi realtà economiche forti. In questo senso, il concetto di economia si modifica, passando dall’economia del possesso all’economia dell’accesso.

Un Governo Regionale ti ascolta: quali sono a tuo parere le azioni prioritarie per una gestione consapevole dell’economia collaborativa?

Tenendo presente che gli elementi che fanno parte della famiglia dell’innovazione sociale hanno una ricaduta enorme sulla società e che sono capaci di trasformarla, bisogna considerare che questo cambiamento non è mai del tutto positivo o negativo, tutto sta nella capacità di gestione dell’economia collaborativa. Secondo me è qui che entra in gioco la Pubblica Amministrazione, che, pur non assumendosi un  ruolo di gestione delle politiche economiche in questione, in senso forte, può attivarsi al fine di promuovere le pratiche virtuose e al contempo nel gestire le possibili criticità.
Cosa può fare, in concreto la Regione Toscana? Primariamente non deve far finta di nulla e lasciare fare tutto alla mano invisibile, in linea con il liberalismo classico. Non è vero che nel mercato tutto si riequilibra spontaneamente. Bisogna saper intercettare le peculiarità del fenomeno, limitandone gli effetti negativi. Questo non significa che la Pubblica Amministrazione debba arrogarsi il diritto di rivendicare il patrocinio delle iniziative in questione, distorcendone la natura: le istituzioni pubbliche devono comprendere questi fenomeni e mettersi al passo con essi.
Le  Pubbliche Amministrazioni devono cercare di attivarsi in campo legislativo: sempre più spesso si creano problemi legati a esperienze di economia collaborativa che non sono previste dalle norme in vigore. C’è bisogno di regolamentare, non limitandosi a delimitare il campo d’azione delle nuove iniziative dell’economia della condivisione. Non ha senso proibire, poiché significherebbe chiudersi in se stessi. Qui si tratta di pratiche di interazione orizzontale tra gli attori ed è quindi utile che le istituzioni creino un sistema facilitante, capace di far emergere le potenzialità di ogni individuo. Sarebbe dunque utile, da parte della Pubblica Amministrazione, offrire un quadro di sistemi virtuosi in un’ottica di ascolto e non di regia.

(Testo riadattato da un intervista per il percorso #CollaboraToscana)

I commenti sono pubblicati automaticamente, tranne che in orario 19-9, sabato, domenica e festivi, in cui viene applicata la moderazione.


Ne parliamo con Marta Mainieri

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Ne parliamo con Marta Mainieri

Una intervista con Marta Mainieri, sperta di processi collaborativi, sharing economy, fondatrice di Collaboriamo.org e curatrice di Sharitaly.com sull'economia della collaborazione e della condivisione e sul percorso #CollaboraToscana.

 

Quali sono gli sviluppi più promettenti che si sono aperti con lo sviluppo dell’economia della condivisione e della collaborazione?

La vera novità scaturita dall’economia collaborativa è l’introduzione di un nuovo modello di servizio, figlio delle nuove tecnologie e della crisi economica, che è stato chiamato piattaforma e che non è più basato sulla erogazione di un servizio, sull’uso di macchinari proprietari e sull’offerta di un prodotto, ma sulla messa in contatto diretta tra le persone.

Queste piattaforme, che a livello nazionale e internazionale abilitano i cittadini ad incontrarsi e a scambiare, hanno dato origine ad un modello di servizio più inclusivo, in cui ognuno mette a disposizione quello che ha e cerca quello di cui si ha bisogno, in cui l’assunto è che più persone partecipano, più il sistema funziona. In quanto utilizzatori, non siamo più semplici clienti, ma creiamo valore per noi stessi e per gli altri: chi condivide un passaggio su blablacar, non abbatte solo i costi del suo viaggio ma offre anche ad altri l’opportunità  di viaggiare in maniera più economica e sostenibile. Questo modello che è meno gerarchico e più reticolare, che non si basa sull’individualismo ma sulla fiducia, un modello senza clienti, in cui l’azienda non eroga, ma abilita, si può applicare in ogni ambito, non soltanto in quello dei servizi orientati al mercato. E’ insomma anche un possibile nuovo modello per i servizi di welfare e in ambito sociale. Questa è secondo me lo sviluppo più dirompente dell’economia della condivisione e della collaborazione.

Molti commentatori mettono in evidenza anche possibili criticità e rischi. Quali sono secondo te gli elementi da tenere in considerazione da questo punto di vista?

Le citicità più grosse che vedo da un lato vengono dagli Stati Uniti e originano dalla relativa novità di questo modello di servizio, che è ancora profondamente immaturo. Negli USA, i fondi di investimento hanno riversato quantità sconsiderate di capitali in alcuni servizi, provocandone una crescita vertiginosa e dando origine ad alcune di quelle sfide che i commentatori oggi chiamamo “i lati oscuri” della sharing economy. Anche io sono convinta che le criticià ci siano, anche perché l’introduzione di nuovi modelli crea sempre effetti dirompenti.

Per questo, la prima cosa a cui prestare attenzione dal mio punto di vista è la crescita di questi servizi: quale è il limite?  Quali sono gli strumenti che permettono che questa crescita sia controllata? Ancora prima che normarli, secondo me è necessario conoscere questi nuovi servizi, capire come funzionano e quali accorgimenti, dal punto di vista del design del servizio, si possono mettere in campo per aiutarne una crescita consapevole.

Dal punto di vista invece più normativo, la questione che terrei maggiormente d’occhio è il cambiamento che sta avendo luogo nel mondo del lavoro. Questo cambiamento, che non sta investendo solo l’economia della collaborazione ma è direttamente collegato alla digitalizzazione e al web,  ha impatti diretti sulla vita e sul lavoro delle persone e dei cittadini. Queste piattaforme collaborative, nel crescere, facilitano e accompagnano questo cambiamento. E’ ovvio che si tratta di un discorso molto più ampio, che però va monitorato, perché rischia di avere un impatto molto importante sui nostri sistemi di vita.  

Mi puoi fare un esempio concreto di una esperienza legata all’economia collaborativa  che l’ha particolarmente colpito/a? Perché?

Per quanto riguarda gli esempi negativi o comunque esemplificativi dei così detti lati oscuri, basta andare a leggere sui giornali le vicende legate a Uber ed al tema dei diritti dei lavoratori e delle categorie che ha sollevato.

Riguardo invece agli esempi virtuosi, a me piace sempre ricordare le piattaforme italiane, che sono tante e che fanno una grande fatica a crescere, a differenza di quelle americane, poiché non hanno a disposizione i grandi investimenti di capitali. E quindi mi piace citare Twitteratura, una piattaforma che mette in contatto lettori, che leggono uno stesso libro e lo commentano, prima attraverso twitter e adesso attraverso una piattaforma proprietaria che stanno lanciando. Twitteratura stabilisce l’opera da leggere e un calendario e le persone leggono il libro e lo commentano usando hashtag dedicati, unendo così alla letteratura e alla lettura l’elemento relazionale, collaborativo e delle nuove tecnologie. Twitteratura nasce dalla considerazione intelligente che la gente legge sempre meno, ma è sempre più attaccata alle nuove tecnologie e dalla volontà di ripensare la lettura attraverso le nuove tecnologie. Secondo me è un modo nuovo di fare editoria: un tempo l’editoria si limitava a produrre e mettere in circolazione libri, oggi continuerà a farlo ma potrà anche aiutare a rileggere libri e a produrre tweetbook aggregando i commenti e le osservazioni dei lettori in rete.

Un altro esempio deriva poi dalla mia esperienza a Co-Hub, uno spazio a Milano dedicato a promuovere l’economia collaborativa, voluto dal Comune di Milano e di cui Collaboriamo è uno dei tre partner. Per arredare lo spazio, abbiamo lanciato una call chiedendo ai cittadini di aiutarci donando qualcosa che a loro non serviva più e che a noi potesse servire. Ad oggi, per arredare lo spazio non abbiamo speso un euro, se non per qualche lampadina:  tutto quello che trovate negli oltre 90 metri quadrati di Co-Hub è arrivato da persone della rete che ci hanno donato qualche cosa. E la cosa interessante è che ognuno di questi oggetti ha una sua storia, che le persone hanno condiviso con noi. Nella quasi totalià dei casi, si tratta di oggetti a cui le persone erano affezionate ma che a loro non servivano più e che avevano messo in un angolo. Oggetti bellissimi che a casa giacevano impolverati, hanno acquisito nuova vita grazie a questo gesto di condivisione.  Anche questo è un piccolo esempio di quante cose si possono valorizzare attraverso questo modello.

Un Governo Regionale l’ascolta: quali sono a tuo parere le azioni prioritarie per una gestione consapevoledell’economia collaborativa?

Come ho detto, prima di tutto credo che sia necessario conoscere. La prima cosa che ha fatto il comune di Milano - all’avanguardia su questi temi - è stato ascoltare, conoscere e capire chi sono gli agenti e le associazioni che si muovono sul territorio. In Italia, su ogni territorio, si trovano incredibili focolai di innovazione. La prima cosa che dovrebbe fare un Ente Regionale è mapparli e conoscerli, capire cosa fanno e condividere con loro un linguaggio comune, che può venire solo da un ascolto attento.

Secondariamente, dovrebbe provare a connettere questi luoghi e questi esempi, senza un approccio top-down, ma con un approccio appunto abilitatore (che abbiamo visto essere l’elemento chiave dell’economia collaborativa). Sostenere chi si sta già muovendo sul campo, capire quello di cui ha bisogno.

E infine, una volta capiti i bisogni, intervenire per rispondere attraverso la co-progettazione, coinvolgendo tutti gli attori principali, tra cui cittadini, innovatori e aziende, piccole e grandi. Una co-progettazione che parta dall’ascolto e passi attraverso lo sviluppo di veri e propri prototipi, per poi però arrivare a raggiungere una dimensione a una scala più ampia, portando l’impatto dove ve n’è più bisogno, alle periferie delle città e presso le categorie più deboli.  

(Testo riadattato da una intervista realizzata per il progetto #CollaboraToscana)

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