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Una intervista doppia con Christian Iaione e Silvia Givone

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Una intervista doppia con Christian Iaione e Silvia Givone

Da Collaboriamo.org una intervista doppia con Christian Iaione di LabGov e Silvia Givone di Sociolab, consulenti scientifici e metodologici di #CollaboraToscana, nella quale si ripercorrono le tappe del percorso e si illustrano obiettivi e risultati. Una occasione per approfondire alcuni temi chiave e scoprire il metodo dietro al processo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Condivisione, collaborazione… facciamo un po’ di chiarezza. Di cosa stiamo parlando?

Christian Iaione: Si condivide una risorsa scarsa o a rischio di estinzione, si collabora per generare nuove risorse. Entrambe implicano cooperazione, coesione sociale e solidarietà. La Regione Toscana, con il suo assessorato alla Presidenza che ha la missione di generare innovazione nelle politiche pubbliche, ha colto l’importanza di condurre un approfondimento sulla sharing economy prima di lanciare qualunque  nuova iniziativa regolatoria. E lo sta facendo con un approccio critico, non celebrativo, ma cognitivo, attento a comprendere quello che sta sta avvenendo nel mondo, a diversi livelli. E’ da qui che è nato il percorso #CollaboraToscana, che è la prima esperienza regionale, a livello nazionale ed internazionale, con cui si cerca di co-creare con gli attori locali una politica pubblica sull’economia della condivisione e della collaborazione. Ci stiamo ispirando ai principi e al metodo utilizzato nel 2011-14 per la stesura del Regolamento sulla collaborazione per i beni comuni urbani di Bologna e nel 2015 quando Benedetta Brighenti, membro del Comitato delle Regioni della UE, mi ha chiamato come esperto per accompagnare il processo di stesura del parere del Comitato sulla dimensione locale della sharing economy. Il primo aspetto innovativo del percorso toscano è quello di cominciare a declinare la riflessione a partire dai quattro pilastri dell’economia pubblica locale: le infrastrutture locali (di rete o puntuali), i beni comuni (pubblici e culturali), i servizi collaborativi (alla persona e al consumatore) e la governance pubblica locale. L’ultimo aspetto è particolarmente innovativo e implica la volontà di ripensare il ruolo del pubblico: se vuole cambiare, di quali attrezzature ed equipaggiamento deve dotarsi la Pubblica Amministrazione? Come deve farlo, utilizzando quali metodologie? Su quali priorità deve intervenire per generare un effetto ecosistemico?

Nel resto di Italia cosa sta succedendo?

Christian Iaione: In Italia si stanno svolgendo alcune sperimentazioni amministrative importanti, che lavorano per adattare l’approccio alle condizioni locali e andare oltre la novecentesca replicazione di strumenti amministrativi tutti uguali a se stessi per valorizzare la differenziazione nelle politiche pubbliche. Bologna ha fatto propria una visione innovativa e non si è voluta fermare all’applicazione di una singola politica pubblica: ha cominciato a lavorare sui beni comuni urbani, generando il Regolamento sui beni comuni citato, ma adesso ad esempio il focus si è spostato sulle politiche abitative e sul cambiamento organizzativo. A Bologna sta per nascere l’Ufficio per l’immaginazione civica, che sarà un laboratorio aperto sulle politiche pubbliche, per aggiornare gli strumenti di governo e sviluppo economico locale attraverso la sperimentazione e la collaborazione. Il percorso Collaborare a Bologna ha permesso di dare avvio a questo percorso, operando una mappatura degli attori e stimolando la partecipazione civica. Adesso è in corso la nuova fase di sperimentazione, Co-Bologna. In Italia ci sono altri territori e città da tenere presente che stanno cercando ciascuno la propria strada verso la collaborazione, investendo sul metodo. Uno è Milano, che sta puntando sulla sharing economy in chiave abbastanza innovativa e suggestiva. L’altro è Napoli, che sta lavorando sul versante dei beni comuni. In entrambi i casi, si è partiti dalla conoscenza locale e dalle specificità delle comunità locali, a conferma della imprescindibile differenziazione che deve caratterizzare le politiche pubbliche nel XXI secolo come riconosciuto dalla stessa Costituzione all’art. 118. Ma è molto interessante anche quello che sta succedendo a Messina e a Reggio Emilia. A Reggio sta nascendo un “Collaboratorio”, un’istituzione più che un luogo, dove attraverso la produzione aperta della conoscenza, anche in digitale, si produrranno forme di innovazione sociale, si ripenseranno i servizi alla persona.

Cosa succede invece negli altri paesi dell’unione? Ci sono direttive europee su questo tema?

Christian Iaione: All’estero, gli stati che a livello governativo si stanno muovendo in questo senso sono sicuramente alcuni stati americani, l’Inghilterra e la Danimarca. A livello metropolitano invece ci sono Barcellona, San Francisco, Seoul, Amsterdam, Bogotà. Per quanto riguarda le istituzioni europee in merito all’economia collaborativa, l’unico testo esistente, oltre al parere del Comitato delle Regioni, è una Comunicazione della Commissione del 2 giugno 2016, ma è un documento controverso, nel quale, a differenza, ad esempio, dell’impostazione terminologica e scientifica di CollaboraToscana, ci si concentra solo sul tema dei servizi, restituendo una visione molto parziale del tema, alquanto scollata dalla realtà. In breve coglie solo una delle possibile dimensioni della sharing economy, quella della “on-demand economy” (i.e. economia dell’accesso), non quella che ho definito della “pooling economy” (o economia del crescere insieme).

Che tipo di strumento è il libro verde? A cosa serve?

Christian Iaione: Il libro verde è un documento conoscitivo, di orientamento e di indirizzo politico su una determinata questione, usato in ambito Europeo assieme ad altri strumenti (come il libro bianco che rappresenta generalmente uno sviluppo iterativo) per preparare o accompagnare l’adozione di strumenti di soft law come le comunicazioni o hard law come le direttive e i regolamenti. Usarlo per la costruzione di una decisione pubblica nel contesto Italiano è una scelta metodologica già di per sé innovativa,  anche se in realtà, in Italia avevamo nel nostro sistema amministrativo strumenti che svolgevano la stessa funzione ma che nel tempo sono stati dequotati. Mi riferisco ad esempio alle programmazioni e ai piani, un “mezzanino regolatorio” tra indirizzo politico e azione amministrativa, che oggi vengono caricati di compromessi irrealizzabili o utopie amministrative, se non nascondono accordi di altra natura. Introdurre il metodo europeo del libro verde serve a fare emergere le possibili sinergie fra le diverse politiche pubbliche verticali e dunque a coordinare l’azione di diversi settori amministrativi. Sono strumenti di apprendimento reciproco e di preparazione della Pubblica Amministrazione al cambiamento. Il metodo amministrativo attuale non prevede più l’uso di questi processi o strumenti, anche perché molto spesso ci sono burocrati o accademici che non vedono l’ora di scrivere leggi e/o regolamenti per vederli citati con il proprio nome, quasi come se fosse una loro esclusiva proprietà intellettuale. In tempi e tema di beni comuni, capisce che siamo proprio fuori tempo massimo. E comunque non è un caso che queste leggi e questi regolamenti senza adeguata preparazione, prima, e accompagnamento, poi, della comunità amministrativa, spesso finiscano per essere interpretati in maniera distorta, se non totalmente disapplicati. Per questo è fondamentale costruire queste politiche con chi ne è destinatario (in primis i cittadini) e utilizzare questo processo di co-creazione per preparare chi dovrà applicare le politiche pubbliche, costruendo una conoscenza condivisa da tutti i soggetti coinvolti e le diverse articolazioni interne alle istituzioni (Consiglio regionale, Assessori, Dirigenti, funzionari). Ad oggi, nessuno ormai può avere la presunzione di conoscere tutto: è importante sviluppare soluzioni che partano dalla esplorazione del problema valorizzando la conoscenza e l’azione delle collettività.

Come avete costruito il percorso #CollaboraToscana?  La mappatura degli attori: come funziona?

Silvia Givone: L’abbiamo costruito e immaginato mettendo a valore le rispettive esperienze di Sociolab e Labgov. E’ molto indicativo il fatto che anche la costruzione del progetto sia stata essa stessa il frutto di un approccio collaborativo e del confronto tra metodi e approcci diversi ma fortemente complementari. Nel dettaglio, abbiamo cominciato l’attività di mappatura attorno alla griglia elaborata da Christian nei suoi studi, in cui si individuano gli attori della governance collaborativa: settore pubblico, settore del privato sociale, settore delle imprese, settore della conoscenza. Utilizzando questa griglia, abbiamo deciso di mappare, in Toscana, due categorie di attori distinti: i portatori di interessi o conoscenze specifiche e i portatori di esperienze innovative e illuminanti riguardo a questi temi. L’attività di mappatura è un lavoro molto lungo e complesso, tuttora in progress, anche perché questo è un sistema dinamico, in continua evoluzione, in cui le definizioni non sono necessariamente condivise. Il processo utilizzato è un esempio di processo a cascata. Abbiamo cominciato individuando un primo nucleo di attori a cui abbiamo chiesto a loro volta di indicare soggetti ed  esperienze significative, e così via. Una volta individuati i nostri possibili interlocutori, li abbiamo organizzati attraverso una matrice: da una parte l’ambito di provenienza,  dall’altro i temi centrali delle politiche pubbliche che volevamo analizzare. L’individuazione dei sotto-temi in cui strutturare la discussione nei workshop è stata una delle operazioni più complesse: come sempre nel nostro lavoro era necessario da un lato definire i confini della discussione, quello che chiamiamo la cornice del confronto, dall’altro  avevamo chiaro di doverci tenere abbastanza alti per lasciare spazio all’imprevisto, permettendo l’emersione di questioni inedite e contaminazioni inattese. Dovevamo essere esaustivi ed evitare contributi e contenuti generici, ma allo stesso tempo essere pronti a lasciarci sorprendere, come dice Harrison Owen, il creatore dell’Open Space Technology. Quindi abbiamo lavorato favorendo una procedura che scardinasse i paradigmi abituali di lavoro e permettesse di trarre il massimo da un processo multi-stakeholder come questo. E’ così che siamo arrivati a questa struttura di  workshop tematici, articolati per ambiti e sotto-temi, ciascuno corredato da schede informative di sintesi e supportati da facilitatori esperti in grado di organizzare e tematizzare i contributi in una discussione costruttiva. Le prime due giornate tematiche si sono svolte a luglio: il 13 luglio si è avuto il laboratorio sulle infrastrutture, rispettivamente suddiviso in un tavolo dedicato alla mobilità e uno alle utilities, mentre il 14 luglio si è svolta una giornata che aveva come principale tema i beni, con tavoli dedicati agli spazi urbani, ai beni ambientali, e alla cultura.

Che risultati sta portando la mappatura?

Silvia Givone: Parlare di risultati è ampiamente prematuro a questo punto del processo, ma possiamo dire che sia dalle interviste che stiamo conducendo, sia dai primi due workshop che abbiamo coordinato, sta emergendo un quadro articolato e significativo. Prima ancora che sui risultati tangibili, mi piace però soffermarmi sull’effetto che questo lavoro ha sul rafforzamento della rete e delle relazioni tra gli attori. Dopo un laboratorio, accade sempre che qualcuno decida di rimanere in contatto con un altro partecipante al laboratorio, che si scambino biglietti da visita, che continuino a discutere tra loro per approfondire meglio, per capire quali sono state le soluzioni che sono state adottate in un caso e che potrebbero essere replicate nel proprio contesto. Ancora prima che la policy sia in atto, il processo stesso sta creando vere e proprie occasioni di scambio e replicabilità, sta dando visibilità e opportunità ad esperienze che rischierebbero altrimenti di rimanere semi-sconosciute. In queste giornate si stanno sviluppando insomma connessioni e collaborazioni che potrebbero replicare naturalmente e spontaneamente attivare il processo di policy making dal basso.

Ci sono categorie più reattive di altre quando si parla di economia della condivisione e della collaborazione?

Silvia Givone: Non potrei identificare una categoria in particolare, ma sicuramente ci sono molte imprese private che stanno sperimentando e elaborando soluzioni innovative. Il settore del privato si è trovato forse prima di altri a porsi problemi specifici e ha cercato di trovare risposte. Attingendo dai partecipanti ai laboratori, posso fare riferimento ad esempio ad alcune esperienze all’interno di grandi aziende toscane sul tema della mobilità. Accanto a questi, sono stati portati alla luce anche molti altri esempi validi, rispetto ad esempio all’agricoltura o al settore culturale. Stiamo incontrando esperienze molto interessanti, partite dal livello imprenditoriale, che raccontano di un contesto dinamico in evoluzione, che si interroga e che sperimenta.

Come sono andati i primi workshop?

Silvia Givone: I workshop sono andati molto bene, lo scambio è stato ricco ed i contenuti sono sicuramente di importanza centrale per il nostro lavoro, come dimostrano i report degli incontri. Nei prossimi incontri di settembre speriamo di avere una ancor maggiore partecipazione e una varietà di contenuti ancora più ricco.

Partecipazione live e partecipazione online… quali sono le modalità per partecipare via web?

Silvia Givone: Per quanto riguarda le informazioni e i contenuti del percorso, questi sono tutti online e disponibili nella sezione dedicata al processo della piattaforma Open Toscana, il portale della Regione Toscana per l’innovazione, la partecipazione e gli open data. Da lì è per altro possibile iscriversi ai workshop e scriverci per ricevere informazioni e condividere contributi. Per quanto riguarda l’attivazione e il coinvolgimento diretto, in questa fase ci siamo voluti concentrare a sviluppare e mettere in campo strumenti principalmente pensati per la partecipazione in presenza, con un certo scopo e con effetti e ricadute che solo un livello di partecipazione in presenza permette. Ma la fase di partecipazione online non sarà meno importantepropri dell’ICT enabled citizen engagement. Anzi. Come sa chi si occupa di processi collaborativi e partecipativi, e come gli stessi practitioners del settore dell’online engagement riconoscono, online e offline non sono mutualmente esclusivi, ma fortemente complementari. E’ per valorizzarli al massimo entrambi che abbiamo strutturato il percorso in questo modo. La partecipazione online la lanceremo a conclusione dei laboratori per sottoporre ai portatori di interesse e a quanti vorranno dare dare un contributo, la prima proposta del documento Libro verde per una economia della condivisione e collaborazione in una fase successiva, a partire dalle riflessioni e dalle raccomandazioni emerse in questa, per dare continuità e permettere un coinvolgimento informato e puntuale. Allo stesso tempo, stiamo continuando a condurre interviste a soggetti e portatori di esperienze significative, attraverso la raccolta di contributi delle tante persone che in questo momento si stanno interessando di economia della condivisione e della collaborazione. Anche questi sono costantemente pubblicati sul sito e resi disponibili per chi desidera approfondire la questione. Una vera e propria partecipazione online sarà messa in campo a breve, secondo modalità che permetteranno un ampio coinvolgimento e che non tarderemo ad esplicitare. Teniamo a che tutti siano messi nelle condizioni di partecipare a questo confronto e che il processo sia a tutti gli effetti inclusivo e aperto.

Leggi l'intervista su Collaboriamo.org

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