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Ne parliamo con Stefano Bartolini

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Ne parliamo con Stefano Bartolini

Una intervista con Stefano Bartolini, docente di economia politica presso l’Università di Siena, sull'economia della collaborazione e della condivisione e sul percorso #CollaboraToscana.

 

 

 

 

 

 

 

Quali sono gli sviluppi più promettenti che si sono aperti con lo sviluppo dell’economia della condivisione e della collaborazione?

In realtà l’economia della condivisione e della collaborazione ha una storia molto più lunga rispetto a quello che si potrebbe pensare: le sue origini si hanno con la nascita della cooperazione, a partire dall’Ottocento. Oggi lo sviluppo tecnologico rende molto più facile cooperare, condividere e collaborare. La rete offre tantissime opportunità di sviluppare la cooperazione e ci sono anche tanti programmi informatici che permettono questo. L’economia di condivisione e collaborazione è un’economia largamente non capitalista. Pensiamo agli open source: questi programmi rappresentano la rimozione del principio della proprietà privata, che è ovviamente la base del capitalismo. La base economica di questa nuova realtà è data da un oggetto, il software, che non è di proprietà privata ma è di proprietà comune.

In parte, quello che viene definita sharing economy serve a far funzionare meglio il capitalismo. Nel senso che internet abbatte i costi di intermediazione tra la domanda e l’offerta. L’intermediazione economica è stata fortemente erosa, se non completamente distrutta, dall’affermarsi di internet. Tutto questo serve  a far funzionar meglio l’economia di mercato. Allo stesso tempo lo strumento digitale serve per condividere e collaborare e contribuiscono a modificare la natura del sistema economico. Infatti, ci sono una serie di realtà nuove che si posizionano a metà tra il mercato e la condivisione pura, come ad esempio Airbnb o Uber. In quei casi si ha economia della condivisione perché i soggetti condividono la propria casa o la propria macchina, d’altra parte lo fanno per denaro, quindi si ha una contaminazione con l’economia di mercato.

Il risultato di tutto questo è che le forme di economia si stanno moltiplicando: si stanno creando forme di economia di condivisione e collaborazione pura (non economie capitaliste), c’è una parte di questi fenomeni che serve esclusivamente a far funzionare meglio i mercati, ricadendo nel capitalismo, infine si stanno creando economie miste in cui ci sono elementi collegati all’economia di mercato ed elementi puramente collaborativi.

Molti commentatori mettono in evidenza anche possibili criticità e rischi. Quali sono secondo lei gli elementi da tenere in considerazione da questo punto di vista?

La prima criticità che riscontro riguarda l’aspetto fiscale. Le esperienze come Airbnb o Uber rischiano di creare enormi imperi economici multinazionali che, come tutti gli imperi economici, tendono a non pagare le tasse. E’ un grossissimo problema perché si rischia un crollo degli introiti fiscali. Ad esempio: mentre la maggior parte dei tassisti pagano le tasse, con Uber si rischia che il settore dei tassisti scompaia e quindi le tasse non vengano pagate più nessuno. La seconda criticità riguarda i rapporti di lavoro. Riprendendo l’esempio di prima, un autista all’interno della piattaforma, mettendo a disposizione la sua vettura, rischia in qualche modo di replicare forme di economia capitalista, poichè chi guida la macchina all’interno di questo sistema, a conti fatti, lo fa per Uber, anche se non è assunto dall’azienda e quindi non è un dipendente. Nella pratica questo autista lavora per Uber e ciò rischia di portarci in un mondo assolutamente deregolato in cui, alla fine, i redditi che questi guidatori percepiscono sono molto bassi ed il grosso della torta finisce nelle tasche di Uber. Questi rapporti di lavoro rischiano di essere in qualche modo mascherati, simili a rapporti di lavoro dipendente ma senza tutta la regolamentazione e le tutele del lavoratore.

Mi può fare un esempio concreto di una esperienza legata all’economia collaborativa  che l’ha particolarmente colpita? Perché?

L’esempio più spettacolare della condivisione è Wikipedia e più in generale gli open source: sono la forma più interessante e più estrema di economia della condivisione. Prendiamo Wikipedia: è un prodotto gratuito, creato attraverso contributi gratuiti, è interamente un prodotto dell’economia del dono sistema in cui le cose non vengono fatte per convenienza personale ma perché ti piace condividere e ti piace contribuire ad un prodotto comune che è gratuito e condiviso. Non stiamo parlando di una cosa marginale, stiamo parlando della più grande enciclopedia mai realizzata nella storia umana che si basa su un sistema economico interamente non capitalista.

Si tende spesso ad identificare con economia collaborativa un’economia che passa solo ed esclusivamente da internet e dalle piattaforme digitali, ma questo non sempre è vero poiché stanno diffondendosi forme di collaborazione che non passano affatto i canali digitali, come gli esempi del cohousing e del coworking. Sono tutte forme di economia che recuperano gli elementi della cooperazione di origine ottocentesca, che non passano affatto dal digitale. Qui il punto è che c’è una domanda di una economia diversa da quella capitalistica in cui le parole d’ordine sono proprietà privata e competizione. Certamente la cosa spettacolare è il digitale, ma è affatto il solo elemento importante.  

Un Governo Regionale l’ascolta: quali sono a suo parere le azioni prioritarie per una gestione consapevole dell’economia collaborativa?

Essendoci il rischio di cadere in forme di capitalismo selvaggio, le nuove forme economiche che stanno emergendo devono essere assolutamente regolate. Come? Questo va un po’ al di la delle possibilità della Regione Toscana, in generale, è necessario intervenire su una regolamentazione di tipo fiscale. Quello che sta facendo la Regione Toscana col progetto #Collaboratoscana mi sembra una mossa intelligente che va portata avanti: per poter regolare bisogna prima conoscere bene l’ambito interessato. E’ bene conoscere le realtà presenti sul territorio perché bisogna sapere cosa regolare. Il percorso attuale di mappatura delle realtà dell’economia della condivisione e della collaborazione è assolutamente sensato perché rappresenta il primo passo per capire su cosa andare a legiferare

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