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Ne parliamo con Carlo Andorlini

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Ne parliamo con Carlo Andorlini

Una intervista con Carlo Andorlini, esperto di innovazione sociale e sistemi collaborativi sulla economia della collaborazione e della condivisione e sul percorso #CollaboraToscana. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quali sono gli sviluppi più promettenti che si sono aperti con lo sviluppo dell’economia della condivisione e della collaborazione?

Il primo elemento da sottolineare è il tema culturale.

I sistemi collaborativi (che sono una “famiglia” più grande dove dentro c'è anche l'economia della condivisione) prima di essere un metodo di lavoro sono un approccio culturale e un sistema di vision da apprendere e a cui affezionarsi. Stare nei sistemi collaborativi significa innanzitutto credere fortemente nella collaborazione (concetto che oggi supera e va oltre il tema e le logiche partecipative che hanno fondato tanto del lavoro fatto negli ultimi 20 anni in campo sociale e in ambito di cittadinanza attiva).

Se la partecipazione ha voluto dire costruzione di strumenti di affiancamento di politiche pubbliche, civiche e di responsabilità sociale, oggi che il livello generale di fiducia verso la cosa pubblica è completamente cambiato e per grandi fasce di popolazione purtroppo labile, forse l'unico modo per generare sviluppo di comunità è passare dalla costruzione di processi in cui non ci sia solo il prendere parte (partecipazione) ma il fare insieme, o se vogliamo faticare insieme (collaborazione).

Il secondo punto riguarda la potenzialità della connessione e contaminazione fra terzo settore e sharing. Qui si gioca una partita importantissima. Devono essere bravi i due comparti a costruire interazione dove l'uno aiuta l'altro (sia dal punto di vista economico, sia, soprattutto, dal punto di vista dell'impatto sociale).

Il terzo punto riguarda i giovani: chiaramente un aspetto nodale. L'economia della condivisione è un settore che si sposa molto bene con la capacità nuova dei giovani di inventarsi un lavoro flessibile, nuovo, leggero, di scambio fiduciario, in cui risulta fondamentale l'incrocio di competenze e di relazioni.

Molti commentatori mettono in evidenza anche possibili criticità e rischi. Quali sono secondo te gli elementi da tenere in considerazione da questo punto di vista? 

Stando ad un livello macro, si ha tutto il tema di quanto le grandi piattaforme possano essere in gradi di promuovere e portare avanti una reale economia alternativa. Il vero rischio, a mio avviso, è che non si colga del tutto la parte sana dell'economia della collaborazione che è fatta da piccole esperienze sempre più legate al territorio. Un esempio su tutti è il crowdfunding. In alcuni casi è in mano ad organizzazioni molto forti e quindi anche poco vicine agli elementi valoriali e culturali a cui ho fatto riferimento prima. Ma accanto a queste, oggi si affacciano sulla scena esperienze di crowdfunding piccole e territoriali ( si parla infatti di Diffusione di piattaforme territoriali, dove le relazioni digitali sono radicate in quelle di prossimità) in cui succede che, per esempio, un gruppo di ragazzi si organizza nel proprio territorio per migliorarlo facendo anche impresa. Questo tipo di esperienza rappresenta l'elemento reale da tutelare, preservare e valorizzare. Il vero rischio è che non si consideri affatto la parte buona della sharing economy, cioè la nascita di piccole realtà legate ai valori di condivisione e di comunità, e che non venga affatto valorizzata come invece si meriterebbe.

Mi puoi fare un esempio concreto di una esperienza legata all’economia collaborativa  che ti ha particolarmente colpito? Perché?

Ci sono due fasce di esperienze che mi piacciono, una riguarda il mondo del crowdfunding e l'altra che riguarda il cibo. Rimanendo sul crowdfunding, a me piace molto Meridonare, esperienza di piattaforma crowdfunding del sud strutturata come una banca del dono. Poi c'è Ginger, esperienza emiliana nata dall'idea di alcune ragazze che lavorano sul crowdfunding civico.

Entrambe basate su la costruzione di progetti che vivono come piattaforma online ma assolutamente in rapporto e relazione con il territorio e i suoi abitanti.

E'' la sharing economy che si alimenta di “relazione reale” quella che viene fuori in maniera forte da questi esempi e situazioni.

L'altro versante secondo me molto interessante è quello legato al cibo. Una delle esperienze che vorrei citare è LMSC - Last minutes sotto casa di Torino, piattaforma che mette in contatto clienti con negozi e ristoranti che rimettono in vendita la loro merce fresca invenduta che altrimenti rischierebbe di essere buttata. In questa esperienza si sintetizza al massimo della potenzialità dell'economia di collaborazione: 1) un gruppo di giovani che trova una collocazione lavorativa, 2) l'utilizzo degli elementi dell'economia di condivisione, 3) si va ad agire su un bisogno sociale molto forte, 4) qui i cittadini partecipano più facilmente perché il cibo riguarda tutti, e quindi ognuno può dare o ricevere, e nel dare la condivisione è massima.

Un Governo Regionale ti ascolta: quali sono a tuo parere le azioni prioritarie per una gestione consapevole dell’economia collaborativa?

Essendo un governo regionale credo che una delle cose più importanti che può fare, oltre alla promozione e alla sensibilizzazione della comunità in merito alla sharing economy, è relazionarsi efficacemente con gli enti locali. Io credo che l'economia della collaborazione passi sempre dal territorio. Se ci sono degli enti locali in cui nascono proposte di economia di collaborazione è bene che l'ente regionale si impegni per promuovere l'esperienza e sensibilizzare gli altri territori riguardo la sharing economy. Situazioni come quelle di Planbee (crowdfunding civico), in cui nella ricostruzione dei beni comuni si vede il rapporto tra cittadini, ente pubblico e bene ristrutturato, l'ente pubblico non deve in realtà fare, ma costruire ecosistemi favorevoli (e quindi culturalmente e operativamente pronto a raccogliere queste nuove sfide). Oggi vediamo che le esperienze di economia di condivisione che funzionano in un territorio vanno avanti anche grazie alla presenza intelligente e aperta dell'ente pubblico. Senza questo manca un pezzo.

(Testo riadattato da una intervista per il percorso #CollaboraToscana)

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