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Ne parliamo con Marta Mainieri

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Ne parliamo con Marta Mainieri

Una intervista con Marta Mainieri, sperta di processi collaborativi, sharing economy, fondatrice di Collaboriamo.org e curatrice di Sharitaly.com sull'economia della collaborazione e della condivisione e sul percorso #CollaboraToscana.

 

Quali sono gli sviluppi più promettenti che si sono aperti con lo sviluppo dell’economia della condivisione e della collaborazione?

La vera novità scaturita dall’economia collaborativa è l’introduzione di un nuovo modello di servizio, figlio delle nuove tecnologie e della crisi economica, che è stato chiamato piattaforma e che non è più basato sulla erogazione di un servizio, sull’uso di macchinari proprietari e sull’offerta di un prodotto, ma sulla messa in contatto diretta tra le persone.

Queste piattaforme, che a livello nazionale e internazionale abilitano i cittadini ad incontrarsi e a scambiare, hanno dato origine ad un modello di servizio più inclusivo, in cui ognuno mette a disposizione quello che ha e cerca quello di cui si ha bisogno, in cui l’assunto è che più persone partecipano, più il sistema funziona. In quanto utilizzatori, non siamo più semplici clienti, ma creiamo valore per noi stessi e per gli altri: chi condivide un passaggio su blablacar, non abbatte solo i costi del suo viaggio ma offre anche ad altri l’opportunità  di viaggiare in maniera più economica e sostenibile. Questo modello che è meno gerarchico e più reticolare, che non si basa sull’individualismo ma sulla fiducia, un modello senza clienti, in cui l’azienda non eroga, ma abilita, si può applicare in ogni ambito, non soltanto in quello dei servizi orientati al mercato. E’ insomma anche un possibile nuovo modello per i servizi di welfare e in ambito sociale. Questa è secondo me lo sviluppo più dirompente dell’economia della condivisione e della collaborazione.

Molti commentatori mettono in evidenza anche possibili criticità e rischi. Quali sono secondo te gli elementi da tenere in considerazione da questo punto di vista?

Le citicità più grosse che vedo da un lato vengono dagli Stati Uniti e originano dalla relativa novità di questo modello di servizio, che è ancora profondamente immaturo. Negli USA, i fondi di investimento hanno riversato quantità sconsiderate di capitali in alcuni servizi, provocandone una crescita vertiginosa e dando origine ad alcune di quelle sfide che i commentatori oggi chiamamo “i lati oscuri” della sharing economy. Anche io sono convinta che le criticià ci siano, anche perché l’introduzione di nuovi modelli crea sempre effetti dirompenti.

Per questo, la prima cosa a cui prestare attenzione dal mio punto di vista è la crescita di questi servizi: quale è il limite?  Quali sono gli strumenti che permettono che questa crescita sia controllata? Ancora prima che normarli, secondo me è necessario conoscere questi nuovi servizi, capire come funzionano e quali accorgimenti, dal punto di vista del design del servizio, si possono mettere in campo per aiutarne una crescita consapevole.

Dal punto di vista invece più normativo, la questione che terrei maggiormente d’occhio è il cambiamento che sta avendo luogo nel mondo del lavoro. Questo cambiamento, che non sta investendo solo l’economia della collaborazione ma è direttamente collegato alla digitalizzazione e al web,  ha impatti diretti sulla vita e sul lavoro delle persone e dei cittadini. Queste piattaforme collaborative, nel crescere, facilitano e accompagnano questo cambiamento. E’ ovvio che si tratta di un discorso molto più ampio, che però va monitorato, perché rischia di avere un impatto molto importante sui nostri sistemi di vita.  

Mi puoi fare un esempio concreto di una esperienza legata all’economia collaborativa  che l’ha particolarmente colpito/a? Perché?

Per quanto riguarda gli esempi negativi o comunque esemplificativi dei così detti lati oscuri, basta andare a leggere sui giornali le vicende legate a Uber ed al tema dei diritti dei lavoratori e delle categorie che ha sollevato.

Riguardo invece agli esempi virtuosi, a me piace sempre ricordare le piattaforme italiane, che sono tante e che fanno una grande fatica a crescere, a differenza di quelle americane, poiché non hanno a disposizione i grandi investimenti di capitali. E quindi mi piace citare Twitteratura, una piattaforma che mette in contatto lettori, che leggono uno stesso libro e lo commentano, prima attraverso twitter e adesso attraverso una piattaforma proprietaria che stanno lanciando. Twitteratura stabilisce l’opera da leggere e un calendario e le persone leggono il libro e lo commentano usando hashtag dedicati, unendo così alla letteratura e alla lettura l’elemento relazionale, collaborativo e delle nuove tecnologie. Twitteratura nasce dalla considerazione intelligente che la gente legge sempre meno, ma è sempre più attaccata alle nuove tecnologie e dalla volontà di ripensare la lettura attraverso le nuove tecnologie. Secondo me è un modo nuovo di fare editoria: un tempo l’editoria si limitava a produrre e mettere in circolazione libri, oggi continuerà a farlo ma potrà anche aiutare a rileggere libri e a produrre tweetbook aggregando i commenti e le osservazioni dei lettori in rete.

Un altro esempio deriva poi dalla mia esperienza a Co-Hub, uno spazio a Milano dedicato a promuovere l’economia collaborativa, voluto dal Comune di Milano e di cui Collaboriamo è uno dei tre partner. Per arredare lo spazio, abbiamo lanciato una call chiedendo ai cittadini di aiutarci donando qualcosa che a loro non serviva più e che a noi potesse servire. Ad oggi, per arredare lo spazio non abbiamo speso un euro, se non per qualche lampadina:  tutto quello che trovate negli oltre 90 metri quadrati di Co-Hub è arrivato da persone della rete che ci hanno donato qualche cosa. E la cosa interessante è che ognuno di questi oggetti ha una sua storia, che le persone hanno condiviso con noi. Nella quasi totalià dei casi, si tratta di oggetti a cui le persone erano affezionate ma che a loro non servivano più e che avevano messo in un angolo. Oggetti bellissimi che a casa giacevano impolverati, hanno acquisito nuova vita grazie a questo gesto di condivisione.  Anche questo è un piccolo esempio di quante cose si possono valorizzare attraverso questo modello.

Un Governo Regionale l’ascolta: quali sono a tuo parere le azioni prioritarie per una gestione consapevoledell’economia collaborativa?

Come ho detto, prima di tutto credo che sia necessario conoscere. La prima cosa che ha fatto il comune di Milano - all’avanguardia su questi temi - è stato ascoltare, conoscere e capire chi sono gli agenti e le associazioni che si muovono sul territorio. In Italia, su ogni territorio, si trovano incredibili focolai di innovazione. La prima cosa che dovrebbe fare un Ente Regionale è mapparli e conoscerli, capire cosa fanno e condividere con loro un linguaggio comune, che può venire solo da un ascolto attento.

Secondariamente, dovrebbe provare a connettere questi luoghi e questi esempi, senza un approccio top-down, ma con un approccio appunto abilitatore (che abbiamo visto essere l’elemento chiave dell’economia collaborativa). Sostenere chi si sta già muovendo sul campo, capire quello di cui ha bisogno.

E infine, una volta capiti i bisogni, intervenire per rispondere attraverso la co-progettazione, coinvolgendo tutti gli attori principali, tra cui cittadini, innovatori e aziende, piccole e grandi. Una co-progettazione che parta dall’ascolto e passi attraverso lo sviluppo di veri e propri prototipi, per poi però arrivare a raggiungere una dimensione a una scala più ampia, portando l’impatto dove ve n’è più bisogno, alle periferie delle città e presso le categorie più deboli.  

(Testo riadattato da una intervista realizzata per il progetto #CollaboraToscana)

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