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Una esperienza di carpooling aziendale

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Una esperienza di carpooling aziendale

Giuseppe Viesti, Ferragamo, racconta la sperimentazione di un progetto di car pooling aziendale messo in campo dall'azienda in collaborazione con jojob. 

 

 

 

 

 

 

 

Che esperienza è la vostra?

La nostra esperienza nasce dalla volontà dell’azienda (Ferragamo) di mettere in pratica alcune iniziative che vadano nella direzione di un miglioramento dell’ambiente e della qualità della vita, per quanto riguarda l’inquinamento ma anche la qualità degli spostamenti dei dipendenti. Parliamo qui di spostamenti casa-lavoro e di come ottimizzarli attraverso la condivisione delle auto tra dipendenti della stessa azienda o di aziende limitrofe. Questa è la base. Io mi occupo di mobilità aziendale su fronti diversi e lo spunto è nato da una trasmissione radiofonica su Radio2 in cui il fondatore di jojob presentava il suo prodotto. Jojob ci è sembrato interessante perché sembrava un perfetto connubio tra necessità pratiche dei dipendenti e funzionalità: una app gestibile tramite telefono molto ben integrato e molto social come struttura. Si invitano i dipendenti ad iscriversi a questa piattaforma e come accade sui social loro possono chiedere l’amicizia alle persone che abitano nella stessa area. Le persone possono poi decidere se accettare questa amicizia e creare o meno equipaggi. L’obiettivo primario non è quello di creare equipaggi fissi, ma anche un modo di trovare un passaggio in caso di emergenza: auto rotta, sciopero, etc. Se sei connesso sulla app con qualcuno che abita vicino a te puoi contattarlo e chiedergli uno strappo da casa a lavoro e da lavoro a casa. L’altra cosa interessante è che la app non è legata alla singola azienda che lo implementa, ma ci sono anche aziende limitrofe alla nostra che hanno aderito e implementato la piattaforma jojob. E quindi puoi creare equipaggi misti. 

Siamo partiti meno di un anno fa. La risposta iniziale è stata di un centinaio di adesioni su circa 700 dipendenti dell’area Fiorentina. Queste sono le adesioni, poi c’è l’utilizzo effettivo che è cosa diversa. Il servizio è rivolto in modo personale al dipendente, che aderisce con una adesione individuale, ma l’azienda può fare propri  il risparmio di CO2 e di emissioni, riuscendo a calcolare i km consumati e l’impatto del comportamento individuale. 

Quali sono le strettoie burocratiche che hai trovato. Come le avete risolte? 

All’inizio non è stato facile per l’azienda, perché viene fuori che se il mezzo è proprio e quindi l’uso è individuale, l’accordo con Jojob è di fatto un accordo aziendale. E’ importantissimo per l’azienda essere sempre certa del rischio che corre quando si implementano nuove pratiche. Abbiamo fatto moltissime riunioni ed abbiamo deciso di aggiungere alle condizioni di adesione di Jojob anche una nota Ferragamo che rafforzasse il concetto di responsabilità individuale. E’ indubbio che  accanto a uno scoglio culturale rispetto all’idea della condivisione di un mezzo proprio, ci sono le problematiche di coloro che si affacciano per primi a pratiche che forse non è così semplice imbrigliare nelle attuali norme. 

Perché poi invece la predisposizione c’è. In un questionario che avevamo fatto tra i dipendenti molto prima di jojob (già nel 2014) con domande riguardanti la mobilità, era emersa una volontà forte di condividere il proprio mezzo se questo significava risparmiare o viaggiare in maniera più comoda. 

Cosa potrebbe facilitare questo tipo di pratiche secondo te? 

Se penso a quello che si potrebbe migliorare, penso potrebbe essere proprio la messa in pratica di salvaguardie per le aziende che cercano di mettere in pratica queste iniziative di condivisione con obiettivi “virtuosi” come il rispetto dell’ambiente.  Oggi avviare queste politiche della condivisione con gli strumenti legali di vecchia concezione non è proprio semplicissimo. 

Perché in realtà in questo nuovo paradigma non si sa più dove finisce il privato ed inizi l’aziendale, etc. Noi l’abbiamo fatto perchè ci abbiamo creduto, ma non è stato semplice fare una valutazione aziendale del rischio.

Questa sperimentazione si trova esattamente al crocevia tra una politica aziendale e un comportamento individuale dove un certo blocco culturale ed alcune regole da aggiornare sono i principali problemi. 

Un altro aspetto interessante: con jojob si può introdurre un sistema di premi e rewards per gli utenti più virtuosi. Se è jojob a farsi carico dei premi non ci sono problemi. Se invece è l’azienda a farsi promotrice vanno fatte tutta una serie di valutazioni fiscali che possono creare ostacoli alla sua realizzazione. 

Insomma c’è un mondo che accelera sull’economia condivisa mentre la legislazione fa fatica a stargli dietro.

Ecco se si dicesse invece  ad esempio, che  tutte le attività che vengono fatte per il miglioramento dell’ambiente e per la diminuzione del traffico e per l’utilizzo dei mezzi pubblici e dei mezzi elettrici e che quindi aiutano la collettività, possono beneficiare di agevolazioni fiscali sia per l’azienda che per il dipendente sarebbe già molto utile. La chiarezza è il punto di partenza fondamentale per non rischiare di vanificare iniziative interessanti. In un futuro nemmeno lontano mi immagino l’idea di fare un concorso interaziendale sull’utilizzo del carpooling nella nostra area. Ad oggi andrebbe assoldato un esercito di esperti fiscali con la possibilità pressochè certa di fallimento. Ed è un peccato perché potrebbe essere il vero futuro della condivisione: isole di sharing eocnomy che sperimentano a livello locale. 

Sono certo che molte aziende hanno le nostre stesse necessità ed è quindi fondamentale che diventi sempre più pratica comune condividere iniziative di responsabilità sociale e sharign economy attraverso percorsi agevolati.

(Testo riadattato da una intervista realizzata per il progetto #CollaboraToscana)

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