#COLLABORATOSCANA

Partecipa
Indietro

Ne parliamo con Annibale D'Elia

CONDIVIDI

Ne parliamo con Annibale D'Elia

Una intervista con Annibale d'Elia, ideatore di Bollenti Spiriti ed esperto di strategie di rete per le politiche pubbliche, sull'economia della collaborazione e della condivisione e sul percorso #CollaboraToscana.

 

 

 

 

 

 

 

 

Quali sono gli sviluppi più promettenti che si sono aperti con lo sviluppo dell’economia della condivisione e della collaborazione?

A mio parere, lo sviluppo più promettente è il superamento della cosiddetta cultura del taget. Mi riferisco a quella barriera invisibile che, in modo sempre più pervasivo, ha separato consumatori e produttori, erogatori e destinatari di servizi, Stato e cittadini. 

Finalmente questo muro sta venendo giù. Riprendo una felice definizione che ha dato il titolo all’edizione 2015 de Le Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile: “passare dal dualismo alla coproduzione”. In quel contesto si parlava delle nuove strategie per reinventare il welfare riscoprendo le energie latenti dei destinatari delle politiche sociali, ma si tratta di un fenomeno molto più ampio; un vero cambio di paradigma che oggi attraversa in modo trasversale sia il pubblico, che il privato che il terzo settore.

Va detto, però, che è stato il privato a muoversi per primo in questo senso, mentre lo Stato e il mondo dell’economia sociale andavano in direzione opposta. Dalla fine degli anni 90 e per tutto il primo decennio del 2000, il mondo delle imprese ha scoperto la ricchezza di cui sono portatori i cosiddetti destinatari. Dal Cluetrain manifesto, alla wikinomics, alle comunità open source, il treno delle cose nuove ha rimesso al centro le persone. Così, l’interesse per le virtù della cooperazione è rinato intorno alla figura del prosumer, cioè del consumatore/produttore.

Per assurdo, negli stessi anni, sia la pubblica amministrazione che il mondo del non profit hanno scoperto con tardivo entusiasmo la cultura del cittadino come cliente / utente. Avete presente? Le certificazioni Iso 9000, il customer care e tutto il resto. Per ottenere la massima efficienza, si è pensato di adottare il massimo della proceduralizzazione. 

Proprio mentre le imprese stavano imparando ad aprirsi, a rendere più permeabili i propri confini e a condividere le proprie risorse, abbiamo visto assessori, dirigenti o imprenditori sociali fare sfoggio di un lessico da corporation e chiedere un logo più grande nelle brochure del comune o del consorzio di cooperative tipo B. Un po’ il mondo al rovescio.

Oggi assistiamo allo sviluppo tumultuoso dell’economia collaborativa. Credo sia un’ulteriore conseguenza di questo cambio di paradigma che porta l’asticella un po’ più in alto. Mentre la sharing economy procede a grandi balzi, sia lo Stato che gli attori dell’economia civile hanno una prateria di opportunità da cogliere, molta strada da recuperare e naturalmente, nuovi rischi da affrontare. 

Molti commentatori mettono in evidenza anche possibili criticità e rischi. Quali sono secondo te gli elementi da tenere in considerazione da questo punto di vista?

I rischi sono sotto gli occhi di tutti, dalla tutela dei consumatori ai diritti dei lavoratori, e non vanno sottovalutati. Siamo al centro di una grande trasformazione e non esistono transizioni senza rischi. 

Di certo non appartengo al gruppo di chi vorrebbe tirare il freno a mano e tentare un’improbabile inversione a U. 

La diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione ha liberato delle energie sociali forti e spontanee che erano rimaste sotto traccia o relegate in contesti microlocali. Condivisione e collaborazione sono radicate nell’animo umano e sono nate molto prima della sharing economy. Anche queste nuove pratiche, generate per prove e errori grazie ad un uso creativo delle tecnologie, hanno preceduto le etichette e le concettualizzazioni.

In altri termini, siamo di fronte a fenomeni emergenti molto potenti che non possono essere fermati con delle logiche di regolazione vecchio stile. 

Tornando alle criticità, credo ci siano due tipi di rischi, fortemente interconnessi. 

Per un verso, c’è il rischio di demonizzare questi fenomeni, imboccando una maldestra via proibizionista e rinunciando a cogliere le opportunità in nome della sola tutela degli interessi minacciati da queste nuove forme di condivisione.

Per altro verso, vedo il rischio di lasciare il campo della sharing economy alle sole forze del capitalismo finanziario e alla logica degli alti investimenti contro rapidi rendimenti. Mi riferisco alle analisi che stanno portando avanti in particolare Ivana Pais e Marta Maineri, tra le prime in Italia ad occuparsi dell’evoluzione dell’economia della condivisione e della collaborazione. Oggi ci raccontano di un mondo di startup e piattaforme di condivisione in rapida trasformazione, dove il volume degli investimenti in capitale di rischio sta sopravanzando di molto le cifre da capogiro che avevano sostenuto l’avvento dei social network. Questa dinamica sta togliendo molta dell’ambizione trasformativa e della carica ideale, quasi utopistica, che animava i primi protagonisti della sharing economy. 

Se questo è lo scenario, mi chiedo: è possibile immaginare forme alternative di sostegno dell’economia della condivisione? Possiamo immaginare di finanziare la sharing economy con capitali meno “impazienti”, magari capaci di coiniugare sostenibilità economica e impatto sociale?

Un’ultima considerazione a proposito dei rischi e delle possibili soluzioni. Prestiamo attenzione ai nuovi equilibri che legano questi nuovi attori economici – le grandi piattaforme di condivisione – con i loro produttori / utilizzatori. Si tratta di relazioni di tipo nuovo che, com’è noto, si basano su una forte componente di reputazione. Se questo è vero, mi domando: è possibile agire su queste leve per prevenire o contemperare i potenziali effetti negativi che queste pratiche portano con se?

Se gli esperti di economia sociale come Leonardo Becchetti ci invitano da anni a “votare con il portafoglio”, cioè a far pesare le nostre scelte di consumo per orientare i comportamenti delle grandi imprese, possiamo immaginare di incidere sullo sviluppo della sharing economy “votando” per un operatore piuttosto che per un altro, decidendo cosa condividere e su quale piattaforma?

Credo sia una direzione promettente, nella quale anche le istituzioni possono svolgere un ruolo importante. Penso, ad esempio, al percorso intrapreso da Airbnb e Comune di Milano per lo studio degli impatti dell’accoglienza in sharing sul territorio cittadino, e che prevede progetti di alfabetizzazione digitale e iniziative sociali come la messa a disposizione di case in condivisione per i familiari dei ricoverati negli ospedali cittadini che giungono da altre regioni.

Mi puoi fare un esempio concreto di una esperienza legata all’economia collaborativa che ti ha particolarmente colpito? Perché?

Se mi chiedi un esempio concreto di economia collaborativa, invece che alla piattaforme on-line mi viene da pensare ai luoghi fisici e alle organizzazioni tradizionali capaci di diventare piattaforme di condivisione, e che magari potenziano le possibilità collaborative mediante l’uso delle nuove tecnologie.

Mi riferisco a tutte le forme di contaminazione tra pratiche e strategie tipiche della sharing economy, e i mondi della cooperazione sociale, del civismo e delle politiche pubbliche. Come dicevo prima, pur essendo vocati alla generazione e alla cura di beni comuni, questi mondi sono sembrati a lungo incapaci di ripensarsi per cogliere queste nuove opportunità. La speranza è che si sia finalmente invertita la tendenza. 

Intendiamoci: siamo ancora nel campo delle sperimentazioni, ma oggi possono trasformare il loro relativo ritardo in un’occasione per spingere la frontiera un po’ più in là.

Le esperienze concrete sono tante e in ambiti diversissimi. Per avere un’idea della ricchezza e della varietà delle pratiche rimando al prezioso lavoro di mappatura e analisi che da anni stanno portando avanti Paolo Venturi e Flaviano Zandonai.

Per quanto riguarda la mia esperienza personale, cito alcune realtà che ho incontrato negli ultimi mesi e che utilizzano nuove forme d’impresa ibrida e strategie collaborative per creare inclusione sociale, rigenerazione urbana e sviluppo locale in aree geografiche o in settori economici dove il mercato, da solo, fallisce.

Penso ad esempio alle cooperative di comunità che contrastano lo spopolamento delle montagne anche grazie al coinvolgimento di cittadini immigrati. Oppure alla cooperativa Articolo 4 di Torino che apre attività economiche tradizionali come ristoranti, gelaterie e panifici attraverso nuove forme di azionariato diffuso. Penso alle esperienze di collaborazione civica e innovazione sociale e culturale applicata alla rigenerazione di spazi urbani come quella di  Dynamoscopio al Mercato di Lorenteggio, periferia di Milano, o di Kilowatt alle Serre dei Giardini Margherita a Bologna. 

Alcune di queste realtà hanno lanciato un invito alla discussione pubblica sulla pagina Communityhub.it e che costituisce un ottimo punto di partenza per immaginare una nuova stagione di pratiche e di politiche urbane per applicare la collaborazione civica al recupero di beni comuni urbani sottoutilizzati.

Infine, faccio un passaggio anche sul lavoro realizzato in Puglia negli ultimi 10 anni con il programma per le politiche giovanili Bollenti Spiriti e che ha dato vita o impulso a realtà come Ex Fadda a San Vito dei Normanni, Manifatture Knos a Lecce, Rigenera a Palo del Colle, Palazzo Tupputi a Bisceglie, Parco Paduli nel sud salento e a decine di esperienze analoghe su tutto il territorio regionale

All’inizio eravamo abbastanza inconsapevoli, ma credo che tutto il lavoro di Bollenti spiriti sia stata un’esperienza vocata all’emersione delle risorse sociali sottoutilizzate. In qualche modo, è stata un’esperienza pilota di politiche per la collaborazione e la condivisione.  Anche se all’epoca non la chiamavamo in questo modo. 

Un Governo Regionale ti ascolta: quali sono a tuo parere le azioni prioritarie per una gestione consapevole dell’economia collaborativa?

Se ci riferiamo al ruolo delle istituzioni in questa partita, non so se parlerei di gestione dell’economia collaborativa, come fosse uno dei tanti settori di attività che un ente pubblico è chiamato a gestire. Credo che la scommessa per le istituzioni sia ripensarsi in chiave collaborativa. 

In questa prospettiva, l’unica cosa certa è che si tratta di un processo complesso e incerto, e che non esistono ricette preconfezionate. Quindi parto dalla mia esperienza dentro una istituzione regionale e provo ad individuare le sfide di fronte a cui ci siamo trovati.

Secondo me il primo obiettivo che un’istituzione deve porsi è rientrare nelle reti di condivisione e collaborazione. Il rischio, come detto, è di perdere contatto con un universo sempre più interconnesso che è in grado di aggirare gli ostacoli e disintermediare molto rapidamente i mediatori he non portano valore. Di contro, se si dimostrano capaci e coraggiose, le istituzioni possono diventare degli snodi straordinariamente importanti, sia per incoraggiare pratiche di condivisione e sia per generare senso di cittadinanza. 

È una lezione che abbiamo imparato lavorando sulla ricucitura delle relazioni con le nuove generazioni, una parte di società che più delle altre si sente lontana dalle istituzioni e che viene percepita altrettanto lontana. Questa distanza non è colmabile con una brochure colorata, uno sportello o un questionario di rilevazione dei bisogni. Per rigenerare fiducia, e riprendere le conversazioni, servono comportamenti coerenti e soprattutto generosi.

Questo ci porta alla seconda azione prioritaria: condividere. Per orientare o incentivare l’economia della condivisione le istituzioni devono anzitutto farne parte. Non puoi continuare a considerarti un soggetto superiore che impartisce ordini, ma devi mettere sul piatto le tue risorse preziose. 

In altre parole: se vuoi che i cittadini condividano le proprie risorse di tempo, attenzione, talento, inventiva nella direzione del bene comune, anche tu, come istituzione, devi  condividere le tue. Il Regolamento sulla cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani, promosso per primo dal Comune di Bologna, se reso effettivo va proprio in questa direzione. Non si tratta solo di incoraggiare i cittadini a prendersi cura della città ma anche di condividere dati e beni comuni digitali in formato aperto, di mettere a disposizione immobili pubblici sottoutilizzati, di sostenere questi processi con risorse economiche assegnate attraverso criteri trasparenti e condivisi. Credo sia un grande passo avanti rispetto alla retorica un po’ consumata sulla partecipazione, dove l’istituzione chiede molto ai cittadini in termini di idee, proposte e soluzioni ma, si solito, non si mette in gioco in modo altrettanto generoso.

La terza priorità, a mio avviso, riguarda le modalità con cui vengono definite le politiche gli strumenti di programmazione. Anche qui, è importante che vengano co-disegnati insieme ai cittadini e non calati dall’alto, ma non basta. Credo sia necessario sperimentare forme più agili rispetto alle consuete programmazioni pluriennali di lungo o lunghissimo termine. La collaborazione, come l’innovazione, è una materia instabile; ha bisogno di una progettazione leggera, capace di modificarsi in corso d’opera. 

Infine, ed è forse l’aspetto più delicato per una pubblica amministrazione, non bisogna dimenticare che l’economia della collaborazione non si basa sulle funzioni ma sulle intenzioni. 

In altri termini: non si può obbligare qualcuno a collaborare, né indurre delle forme di cooperazione e condivisione di risorse perché lo stabilisce una legge. Stiamo parlando di una forma di partecipazione alla vita della propria comunità che non si basa, come al solito, sulla rappresentanza di interessi o sulla risposta a bisogni ma su una precisa scelta intenzionale. Per funzionare, una istituzione collaborativa ha bisogno di sistemi aperti e sfidanti per autoselezionare i partecipanti. 

Bisogna tenere aperta la porta e far entrare chi vuole collaborare.

(Testo riadattato da una intervista realizzata per il progetto #CollaboraToscana)

I commenti sono pubblicati automaticamente, tranne che in orario 19-9, sabato, domenica e festivi, in cui viene applicata la moderazione.